Domenico Ascione tra le Vittime di Dio
“Io nudo contro ogni mio complesso”

Abbiamo intervistato Domenico Ascione, che nel 2023 sposò una causa importante, accettando di posare completamente nudo per una mostra fotografica di Antonio Mocciola, “Le vittime di Dio”. L’occasione é ghiotta per parlare anche del momento storico che stiamo vivendo, e di cosa sta facendo adesso il “modello per un giorno”.

Come ti presenteresti ai lettori che non ti conoscessero?

Domenico, quarant’anni appena compiuti. Insegnante di lingue straniere online, giornalista pubblicista, apprendista poeta, scrittore e traduttore. Napoletano di nascita, giramondo per vocazione.

Hai partecipato a “Le vittime di Dio”, il cui primo allestimento è stato al prestigioso museo Pan di Napoli. La mostra fotografica ha scatenato poli opposti di entusiasmi e contestazioni, facendo indignare Matteo Salvini con un “tweet” velenoso, la Curia di Napoli (che inviò sotto al museo i madonnari a dipingere icone per allontanare il demonio), il tg2 guidato dalla destra cattolica e molti benpensanti. Eppure, ancora se ne parla e dopo quella data le foto sono state esposte a Roma e Milano. Qual è la tua opinione sulla libertà d’espressione in Italia?

Be’, direi che già non stavamo combinati granché prima; il Governo Meloni ci ha “semplicemente” messo la pietra tombale sopra.

Secondo te il Vaticano ha ancora il peso di un tempo nell’agenda politica italiana o pensi che le ingerenze siano ancora una stortura in un paese Europeo nel 2025?

Per quanto, soprattutto le nuove generazioni, a mio parere vivano oramai una “religiosità all’acqua di rose” (personalmente anche per fortuna!), il Vaticano nel nostro Paese conserva a tutt’oggi un ruolo cruciale sia nella politica che nella società in generale. In teoria saremmo uno stato laico, eppure le ingerenze di una morale cristiana sbiadita sembrano avere ancora, ahimè, un impatto decisivo nel forgiare un “pensiero comune” che, al cospetto di un Mondo che gira e si evolve (talvolta “si involve” anche, eh?!) ad un ritmo vertiginoso, definire retrogrado è un delicatissimo eufemismo.

Hai “indossato” sul corpo il nome di uno delle migliaia di eretici che la chiesa ha mandato al rogo in questi 2025 anni di dominio. Per il resto eri completamente nudo. Come hai vissuto l’esperienza, certamente inusuale, di essere a lungo la sola persona a nudo su un set di addetti ai lavori che erano lì per ritrarti? Eri in imbarazzo oppure è scattata una certa forma di narcisismo? Che rapporto hai con il tuo corpo nudo?

Diciamo che il buon Antonio da questo punto di vista “mi corteggiava” già da tempo… Ricordo ancora il nostro primo incontro al teatro Tram di Napoli; lui era lì in veste di regista, io di “giornalista teatrale”. Non ricordo bene i dettagli della nostra conversazione, ma sono sicuro che mi propose di spogliarmi per un suo progetto (“Le vittime di Dio”, appunto) dopo non più di un quarto d’ora da che c’eravamo conosciuti…

All’epoca non mi sentivo pronto per nulla, per cui rifiutai senza indugio alcuno. Poi, pensando e ripensando alla cosa, mi dissi… ma sì! E perché no? Era un periodo della mia vita in cui avevo appena conosciuto la mia meravigliosa compagna Irena. Mi ero trasferito in Polonia (dove ancora al momento trascorro la maggior parte dell’anno), mi ero insomma buttato a capofitto (io così impaurito di tutti e tutto e proveniente da un contesto familiare di iperprotettività e bambagia) in una nuova, meravigliosa ma ancora sconosciuta avventura. E allora, non appena rientrato a Napoli, dissi ad Antonio che sì, mi avrebbe fatto immensamente piacere, qualora fosse stata ancora valida, accettare la sua proposta. Perché 1) mi fidavo ciecamente di lui e della sua professionalità 2) desideravo ardentemente mettermi ancora più in gioco di quanto non lo stessi facendo già.

Confesso che ho affrontato la cosa con una minima parte di imbarazzo, ma una massima di “egocentrismo narcisista”: mi sono sentito benissimo, insomma. Forse per la prima volta nella mia esistenza ero libero (e liberato) da tutti i miei complessi, vergogne e sensi di inadeguatezza. Il rapporto col mio corpo nudo fino ad allora era stato pessimo; mentre ora devo ammettere che, forse soprattutto grazie a quest’esperienza sicuramente “fuori dalle righe”, sto cominciando ad accettarmi e ad apprezzarmi sempre più ogni giorno che passa.

Noi siamo un’associazione che promuove il naturismo non solo nei luoghi deputati, ma anche – come nel caso dei lavori di Antonio Mocciola – nell’arte (foto, cinema, teatro). Cosa pensi del nudo artistico? In quale forma trovi sia più fruibile e potente?

Penso che un nudo, così come persino la battuta all’apparenza più caustica e dirompente, se “fatto bene”, non sia mai volgare. E per “fatto bene” intendo che sia funzionale al messaggio che l’artista intende veicolare. In tutte le sue forme, senza limiti (perché l’Arte non ne ha né dovrebbe averne); a patto, ripeto, che non sia né “scontato” né tantomeno “gratuito”.

Pensi di ripetere l’esperienza, magari in altre situazioni (cinema o teatro, o magari altri progetti fotografici)?

Sicuramente sì (e la consiglio a tutti, in quanto la definirei persino terapeutica); e un giorno, perché no, mi potrebbe venire pure lo schiribizzo di provare con quello integrale… capì, Antonio?

Sam Valenti

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