Abbiamo intervistato l’attore Andrea Cancelliere, che nel 2023 sposò una causa importante, accettando di posare completamente nudo per una mostra fotografica di Antonio Mocciola, “Le vittime di Dio”, per l’obiettivo di Carlo Porrini. Un iconico “arciere senza arco”. L’occasione é ghiotta per parlare anche del momento storico che stiamo vivendo, e di cosa sta facendo adesso il “modello per un giorno”.
Come ti presenteresti ai nostri lettori che non ti conoscessero?
Mi piace definirmi un esploratore dell’arte e della vita. Sono un attore, appassionato di comunicazione e di tutto ciò che permette di raccontare storie ed emozioni. Nella mia carriera ho avuto la fortuna di spaziare tra teatro, musical, fotografia e performance, cercando sempre di mettermi alla prova e di vivere ogni esperienza con curiosità e autenticità. Ho lavorato in contesti diversi, sia sul palco che fuori, e continuo a cercare nuove sfide che mi permettano di crescere, sia come artista che come persona.
Hai partecipato a “Le vittime di Dio” (foto di Carlo Porrini), il cui primo allestimento è stato al prestigioso museo Pan di Napoli. La mostra fotografica ha scatenato poli opposti di entusiasmi e contestazioni, facendo indignare Matteo Salvini con un “tweet” velenoso, la Curia di Napoli (che inviò sotto al museo i madonnari a dipingere icone per allontanare il demonio), il TG2 guidato dalla destra cattolica e molti benpensanti. Eppure, ancora se ne parla e dopo quella data le foto sono state esposte a Roma e Milano. Qual è la tua opinione sulla libertà d’espressione in Italia?
La libertà d’espressione dovrebbe essere un diritto inviolabile, ma in Italia vediamo spesso che viene messa in discussione, soprattutto quando tocca temi sensibili come la religione o la politica. L’arte ha il compito di scuotere le coscienze, di far riflettere e, a volte, anche di disturbare. Il fatto che una mostra come “Le vittime di Dio” abbia generato reazioni così forti significa che ha colpito nel segno, ha aperto un dibattito e ha messo in luce certe ipocrisie. Personalmente, credo che la censura sia il segnale di una società che ha paura di confrontarsi con le proprie contraddizioni. Se un’opera d’arte non genera alcuna reazione, allora probabilmente non ha nulla da dire.
Secondo te il Vaticano ha ancora il peso di un tempo nell’agenda politica italiana o pensi che le ingerenze siano ancora una stortura in un paese europeo nel 2025?
Il Vaticano ha sempre avuto un’influenza politica in Italia, e anche se oggi il suo potere non è quello di un tempo, le sue posizioni continuano a pesare su molte scelte sociali e legislative. In un paese laico ed europeo, sarebbe auspicabile che religione e politica rimanessero separate, ma sappiamo bene che non è così. Basti pensare ai dibattiti sulla comunità LGBTQ+, sull’aborto o sul fine vita: il Vaticano è sempre presente nel discorso pubblico e spesso condiziona le decisioni politiche. Finché esisterà questa commistione, l’Italia farà fatica a fare passi avanti su certi temi con la libertà e la modernità che ci si aspetterebbe da un paese europeo nel 2025.
Hai “indossato” sul corpo il nome di uno delle migliaia di eretici che la Chiesa ha mandato al rogo in questi 2025 anni di dominio. Per il resto eri completamente nudo. Come hai vissuto l’esperienza, certamente inusuale, di essere a lungo la sola persona a nudo su un set di addetti ai lavori che erano lì per ritrarti? Eri in imbarazzo oppure è scattata una certa forma di narcisismo? Che rapporto hai con il tuo corpo nudo?
L’esperienza è stata intensa e simbolica. All’inizio c’era una leggera tensione, inevitabile in una situazione simile, ma una volta entrato nel flusso della performance, la nudità è diventata secondaria rispetto al significato dell’opera. Più che imbarazzo o narcisismo, ho sentito un senso di esposizione nel senso più profondo del termine: non solo fisica, ma emotiva e concettuale. Il corpo, in quel momento, non era più solo mio, ma un mezzo per raccontare una storia. È stato un atto di totale vulnerabilità e forza allo stesso tempo. Il mio rapporto con il corpo? Come tutti, ho le mie insicurezze, ma penso che imparare ad accettarsi sia una forma di libertà, soprattutto in un contesto artistico.
Noi siamo un’associazione che promuove il naturismo non solo nei luoghi deputati, ma anche – come nel caso dei lavori di Antonio Mocciola – nell’arte (foto, cinema, teatro). Cosa pensi del nudo artistico? In quale forma trovi sia più fruibile e potente?
Il nudo artistico ha una potenza espressiva incredibile. Trovo che possa essere più efficace quando non è fine a se stesso, ma diventa veicolo di un messaggio. In fotografia, per esempio, può rappresentare la fragilità o la forza dell’essere umano; nel cinema e nel teatro può raccontare la vulnerabilità o l’istintività di un personaggio. Penso che il contesto sia fondamentale: se il nudo è inserito in una narrazione coerente, diventa un linguaggio universale. In un mondo che spesso mercifica il corpo, l’arte può restituirgli dignità e significato.

In teatro hai avuto dei momenti in cui eri completamente nudo (“Nijinsky”). È stato diverso rispetto al set, avendo davanti un pubblico reale?
Sì, è stata un’esperienza completamente diversa. A teatro il rapporto con il pubblico è diretto, immediato, e questo rende tutto più intenso. Nel caso di “Nijinsky”, la nudità non era mai gratuita, ma faceva parte della psicologia del personaggio, della sua fragilità e della sua follia. Essere nudi in scena significa abbattere ogni barriera tra sé e lo spettatore: non ci sono filtri, non c’è protezione. Sul set fotografico hai il tempo di costruire l’immagine, di scegliere la posa giusta; in teatro, invece, sei esposto nel presente, senza possibilità di correzioni. È un atto di totale verità.
Sam Valenti

