Abbiamo intervistato Alessandro Palumbo, che nel 2017 sposò una causa importante, accettando di posare nudo davanti all’obiettivo di Carmine Miceli per un libro fotografico di Antonio Mocciola, “Addosso”, utile a rompere la cortina omofobica che circondava la discussione parlamentare attorno alle unioni civili. Successivamente, Alessandro é stato anche tra i protagonisti della mostra “Le vittime di Dio” (foto di Alessia Coppola), allestita a Roma presso l’Ospizio Giovani Artisti, sempre a cura di Antonio Mocciola. L’occasione é ghiotta per parlare anche del momento storico che stiamo vivendo a distanza di 8 anni da quel lavoro, e di cosa sta facendo adesso la “modella per un giorno”.
Come racconteresti a chi non ti conosce il tuo percorso professionale?
Mi sono laureato in medicina e chirurgia all’ Università Federico II di Napoli e poi mi sono specializzato in Radiodiagnostica. Dopo alcuni anni mi sono trasferito a Roma dove ho preso una seconda specializzazione in Radioterapia. Attualmente risiedo e lavoro a Roma da ormai 14 anni.
Quanto ha inciso nella tua formazione l’essere napoletano?
Credo che la mia “napoletanità” abbia fortemente influito sul mio percorso professionale, sia per quanto riguarda la mia formazione universitaria, sia per l’approccio umano ai miei pazienti. Al di là dell’ indole caratteriale, credo che il mio bagaglio di esperienza di vita a Napoli, mi abbia conferito una certa elasticità mentale e una spiccata predisposizione al problem solving.
C’è qualcosa del tuo percorso professionale che non rifaresti mai? E qualcosa che invece è stata, secondo te, poco compresa?
Se tornassi indietro probabilmente non sceglierei di nuovo Radiodiagnostica come specializzazione. Rimarrei in Gastroenterologia, dove ho fatto il mio percorso da laureando. Mi manca un approccio più umano, che le discipline dei cosiddetti servizi non possono garantire. Non posso comunque dire di non sentirmi compreso. Mi sono ritagliato nell’ambito della mia specializzazione uno spazio di azione il più possibile incline alle mie capacità.

La nostra associazione si occupa di naturismo, anche declinata in campo artistico. Hai posato nudo per un libro sull’omofobia, “Addosso”, in un periodo di forti contrasti per l’approvazione della Legge Cirinnà. Successivamente sei stato tra i protagonisti della mostra “Le vittime di Dio” (foto di Alessia Coppola). Com’è stata l’esperienza? Hai provato imbarazzo? Che rapporto hai col tuo corpo?
L’esperienza di posare nudo per Addosso è stata un po’ come un salto nel buio. Non avevo mai posato prima di allora, men che meno nudo, ma mi sono sempre fidato ciecamente dello spirito creativo di Antonio Mocciola, oltretutto il tema era forte e ho sentito il bisogno di contribuire, nel mio piccolo, in un momento così delicato per la vita democratica di questo paese. Devo dire che nonostante fossi alla prima esperienza di nudo, non mi sono sentito mai in imbarazzo di fronte alla fotocamera. Non ho mai amato particolarmente il mio corpo, ma questo non mi ha impedito di posare. Ho cercato di vivere quelle esperienze come un momento assolutamente positivo, per me e per il messaggio che le immagini volevano veicolare.
Pensi che in Italia, ancora oggi, ci sia un problema di accettazione del nudo, specie maschile?
Credo che l’Italia sia vittima di una rete di stereotipi e di pensieri che potremmo banalmente riassumere con il termine “provincialismo”, specchio dell’arretratezza culturale e sociale in cui da tempo il nostro paese sta scivolando, diventando sempre più periferia di un Occidente che è stufo di aspettarci.
Sam Valenti
Il giorno dom 2 feb 2025 alle ore 13:41 Gloeden Progetto <progettogloeden@gmail.com> ha scritto:
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Pensi che in Italia, ancora oggi, ci sia un problema di accettazione del nudo, specie maschile?

