Marina Billwiller in scena con “Bruttissima”
“Abbiamo davvero scelto la nostra vita?”

 

Abbiamo intervistato Marina Billwiller, attrice napoletana, poche ore prima di un debutto importante, un monologo che promette scintille. Ne abbiamo approfittato per parlare anche del suo percorso artistico e umano, che ha acceso ancor di più la curiosità di vederla in scena.

“Bruttissima” è un testo scritto da Antonio Mocciola e diretto da Enrico Maria
Falconi, che ti vede in scena il 18 ottobre al Gassman di Civitavecchia e il 29
novembre allo ZTN di Napoli. Di cosa si tratta?
Bruttissima, che porta anche il sottotitolo Cronaca di una distrazione, racconta qualcosa che, credo,
riguarda tutti noi: il rischio di allontanarci lentamente da noi stessi, spesso senza nemmeno
accorgercene. La protagonista è una persona che, nel tentativo di rispondere alle aspettative degli
altri, finisce per perdere il contatto con i propri desideri, fino a non riconoscersi più. Non è un crollo
improvviso, ma un processo fatto di piccoli compromessi, rinunce e scelte che sembrano innocue,
finché non ci accorgiamo del prezzo che abbiamo pagato.
La cosa interessante è che non si tratta di una storia lontana o eccezionale: è proprio la sua
quotidianità a renderla potente. Il testo di Antonio Mocciola, con la regia di Enrico Maria Falconi,
ci invita a porci una domanda scomoda: quanto della vita che conduciamo è davvero frutto di una
nostra scelta e quanto, invece, è il risultato di ciò che gli altri si aspettano da noi? È uno spettacolo
che non pretende di dare risposte, ma che può lasciare nello spettatore qualche domanda difficile da
mettere a tacere.
Quale aspetto ti ha colpito del tuo personaggio? C’è qualcosa di lei che ritrovi in
te?
Mi ha colpito soprattutto la sua fragilità, ma non intesa come debolezza. La fragilità di chi cerca di
fare la cosa giusta, di non deludere, di trovare un posto nel mondo, e proprio per questo rischia di
mettere a tacere la propria voce. È un personaggio che mi ha portata a interrogarmi su quanto sia
sottile il confine tra il desiderio di essere amati e il bisogno di essere fedeli a sé stessi.
C’è una parte di lei che, credo, appartenga un po’ a tutti noi: quella che, almeno una volta nella vita,
ha indossato una maschera per sentirsi accettata, per non disturbare, per non rischiare di perdere
l’affetto o l’approvazione di qualcuno. Il teatro, da questo punto di vista, è uno spazio straordinario,
perché ti permette di attraversare le fragilità umane senza doverle nascondere.
Per me, però, c’è anche una questione molto personale. Il teatro non è, e non deve essere, un lavoro.
Il mio lavoro è un altro. Ho bisogno di preservare questa distinzione, perché credo sia l’unico modo
per vivere il teatro in maniera sana, libera e autentica. Non voglio che diventi una necessità
economica, una corsa alla visibilità o un luogo in cui misurare il mio valore attraverso i risultati, i
ruoli ottenuti o le porte che si aprono e si chiudono. Voglio che resti un luogo di verità, di ricerca e
di incontro, in cui poter essere vulnerabile senza sentirmi debole e libera senza dover dimostrare
qualcosa a qualcuno. Forse è proprio questo che mi lega al mio personaggio: la necessità di non
smarrirsi nel tentativo di essere ciò che gli altri si aspettano. Perché, a volte, la conquista più grande
non è riuscire a piacere a tutti, ma riuscire a non tradire sé stessi. E io voglio continuare a salire su
un palco per questo: non perché devo, ma perché lo scelgo.

 

Il tuo percorso di attrice com’è nato? Quali sono i prossimi progetti e le
aspettative che nutri sulla tua carriera?
Il mio percorso nasce da un bisogno di raccontare, di esplorare l’essere umano e le sue
contraddizioni. La recitazione mi ha sempre affascinata perché permette di abitare vite diverse dalla
propria, attraversare emozioni che magari non avremmo mai il coraggio di esprimere nella

quotidianità e restituirle al pubblico. Per me, interpretare significa soprattutto ascoltare, mettersi in
discussione e accettare di non avere sempre tutte le risposte.
Nel tempo ho imparato, però, che un percorso artistico non è fatto soltanto di incontri fortunati,
opportunità e persone che credono in te. Ci sono anche le porte chiuse, le occasioni mancate e chi,
per un motivo o per un altro, non ha creduto nelle tue possibilità. E oggi penso che si debba dire
grazie anche a loro. A chi non ci ha scelti, a chi ci ha sottovalutati, a chi magari ci avrebbe preferiti
un po’ più in un angolo, lontani dalla luce. Non perché il rifiuto sia bello, né perché non faccia
male, ma perché anche quello, a volte, serve.
Ci sono persone che, senza volerlo, ti insegnano a non aspettare più il permesso di nessuno per
essere ciò che sei. Ti costringono a fare i conti con le tue insicurezze, a capire quanto credi davvero
in quello che fai e a trovare una motivazione che non dipenda dall’approvazione degli altri. A volte,
proprio quando qualcuno non scommette su di te, sei costretto a imparare a farlo tu. E questa, per
me, è stata una conquista enorme.
Per il futuro mi auguro di continuare a incontrare storie che mi emozionino, personaggi che mi
mettano in crisi e professionisti con cui condividere un autentico percorso di ricerca. Mi interessa
crescere, fare esperienze che mi lascino qualcosa e avere la possibilità di scegliere progetti nei quali
riconoscermi.
C’è qualcuno a cui devi dire grazie?
Per Bruttissima sono grata ad Antonio Mocciola per aver scritto un testo che offre così tanti spunti
di riflessione, e a Enrico Maria Falconi per la guida registica e per l’opportunità di dare corpo e voce
a questa storia. Ringrazio anche tutte le persone che lavorano dietro le quinte, perché il teatro è un
lavoro collettivo, fatto di sensibilità e professionalità che spesso il pubblico non vede, ma senza le
quali la magia non accadrebbe.
E poi c’è un grazie più intimo, rivolto alle persone che mi sono vicine nella vita e che continuano a
sostenermi anche quando la vita richiede pazienza, sacrifici e una buona dose di coraggio.
Infine, ringrazio il pubblico: perché ogni volta che si apre il sipario, la storia non è più soltanto
nostra. Diventa anche di chi la ascolta, la attraversa e magari ci ritrova un pezzo di sé.

Alessia Coppola

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