“Quante Storie” – veramente tante – quelle che catturano l’attenzione del pubblico durante lo spettacolo/chiacchierata ideato da Vauro e Barbara Alberti, icone di libertà e coerenza, che prendendo spunto da ricordi, considerazioni, lettere e vignette, propongono un’inedita tipologia di anti-spettacolo che, come tutto ciò che è orgogliosamente e fieramente “anti”, scardina e infrange la nostra consueta e paludata idea di show.
Da un lato, le avventure di Vauro, satirico in viaggio, che usa la matita per restituire risate splenetiche, malinconia eversiva e gnosi terapeutica camuffandole da intrattenimento leggero. Dall’altro, le diverse declinazioni del sentimento più diffuso e meno praticato del mondo, l’amore, che nelle perlustrazioni di Barbara Alberti diventa cartina di tornasole dei nostri vizi, delle nostre contraddizioni e delle bugie che raccontiamo a noi stessi (e poi agli altri).
In questa sempiterna e fortunata ricetta che, in definitiva, è quella dei cantastorie, un po’ poeti è un po’ giullari, un po’ struggenti e un pò corsari, “Quante Storie” conserva una struttura sostanzialmente semplice ma efficace, che affida tutta la forza dell’ideazione al carisma affabulatorio di Vauro e dell’Alberti, offrendoci un perfetto excursus di voci, personaggi e suggestioni che ruotano, con straordinaria levità,  intorno alla disastrosa meraviglia che è l’essere umano, in un contrappunto di dolore e seduzione, disperazione e joye de vivre, smorfia di dolore e  ricerca della felicità.
Dal mito leggendario di Sherazade alla guerra che ha messo in ginocchio Bagdad, dalle lettere delle donne che non riescono a liberarsi di uomini sbagliati alle lettere ai bambini mutilati dalle mine antiuomo, dall’eresia del Vangelo secondo Maria all’eresia del Vangelo secondo Don Gallo, dalla poesia di Erich Fried ai versi con falce e martello di Pier Paolo Pasolini, Vauro e Barbara Alberti si confessano e ci confessano con la sapienza dei “cercatrovatori” senza tempo, intercettano le nostre emozioni e le nostre fragilità e, senza né assolverci né condannarci, ci fanno sentire più veri e più vivi, anche se un po’ colpevoli. Colpevoli di non aver vissuto appieno la vita. Di aver troppo spesso chiuso gli occhi davanti all’ingiustizia. Di aver dimenticato il valore inestimabile della libertà, dell’amore e dell’umanità.

Roma, Teatro Vittoria

, 22 Marzo 2017

Claudio Finelli