Problematici rapporti familiari e invasività informatica punteggiano gli spettacoli del festival

Le proposte della meritoria, intrepida iniziativa calabrese, oltre a fornire un prezioso e aggiornato campione della realtà teatrale italiana (e non soltanto), quest’anno in particolare fanno emergere, come fiumi carsici, alcuni degli attuali temi oggetto di dibattito e discussione nella società civile.

Con Essere bugiardo, prodotto da La Corte ospitale / Proxima res / Premio Riccione, regia di Emiliano Masala, la scrittura di Carlo Guasconi affronta con taglio originale i contradittori nodi affettivi che caratterizzano la famiglia. Lui stesso si ritaglia un ruolo in scena, ma è specialmente Massimiliano Speziani (giustamente gratificato dal premio Hystrio) a modulare, in un delicato equilibrio fra apparente realismo e visioni fantastiche, la faticosa elaborazione di un duplice lutto. Nel ruolo dei due ingombranti fantasmi del figlio e della moglie, più veri del vero, oltre a Carlo Guasconi, lo sostiene una spalla d’eccezione: Mariangela Granelli (ma a quando un meritato riconoscimento a quest’attrice, dotata di una straordinaria sensibilità e duttilità?). In questo surreale triangolo Speziani crea, in quel registro minimalista di cui è maestro, un ponte credibile fra il suo personaggio, dolorosamente reale, e le proiezioni della sua fantasia, con le quali intesse un dialogo fatto anche di finzioni e bugie (forse un richiamo alla “menzogna vitale” di Ibsen), probabilmente raccontando anche a se stesso, prima ancora che ai suoi immaginari interlocutori, un passato che non corrisponde al reale. Da segnalare l’originalità dell’impianto scenografico, che ci mostra gli interni familiari come osservati dal dirimpettaio di un anonimo condominio urbano.

I complessi, a volte aggrovigliati rapporti fra genitori e figli, costituiscono il tema di 111, del polacco Tomasz Man, messo in scena dalla compagnia Brandi Orrico. Il lavoro si inserisce in un progetto di respiro europeo, Europe Connection, ospitato per la prima volta da Primavera dei teatri, in collaborazione con Fabula mundi e Playwriting Europe: una residenza che ha visto lavorare insieme proficuamente l’autore, il traduttore (Francesco Annichiarico) e la compagnia.

Con un’impostazione drammaturgica volutamente – quasi provocatoriamente – statica si narra, a quattro voci (Padre, Madre, Figlio e Sorella), l’impossibile sintonia con un figlio, pur atteso e voluto. Sullo sfondo, per contrasto, la presenza dell’ipertrofica, invasiva, illusoria comunicazione digitale, la vicenda, punteggiata di delusioni, durezze, frustrazioni, incomprensioni, giunge inevitabilmente alla cruenta, annunciata tragedia finale.

Allo stesso progetto Europe Connection partecipava il meno lineare Confessioni di un masochista, del praghese Roman Sikora, prodotto da Rossosimona, dove sfugge il dichiarato assunto satirico antigovernativo, soffocato da un’amplificazione sonora multipla, da una cifra recitativa non sempre convincente, spesso sopra le righe.

Ancora meno convincente il terzo titolo del progetto, l’ipertrofico Extremophile, della drammaturga rumena naturalizzata francese Alexandra Bandea, sul quale l’ufficio stampa del festival ha ritenuto doveroso, nei confronti dell’autrice, avvisare che il testo della Badea, messo in scena da Saverio Tavano, è stato modificato sostanzialmente dal regista senza il consenso dell’autrice. A questo proposito sarebbe forse opportuna una riflessione sull’autonomia del regista rispetto all’autore, specie se vivente e contemporaneo. Ma non è questa la sede.

Fra le cose interessanti viste a Castrovillari, c’è sicuramente Amleto Take away, della Compagnia Berardi Casolari. Il riferimento shakespeariano, come illustrato dallo stesso Berardi nella spiritosa, scoppiettante conferenza stampa di presentazione, conclusa con un accorato “Soffro ma sogno”, non è che un pretesto per affrontare una molteplicità di temi: dal rapporto col padre, a Ofelia; ma anche il mondo del lavoro, la civiltà usa e getta; “essere o non essere”, diviene “apparire o non apparire” e, dichiaratamente, “il mercato del teatro, se non hai nuovi testi, ricicla l’usato”. Lo spettacolo è sicuramente la più matura fra le ultime produzioni di Gianfranco Berardi. Armonica la presenza di Gabriella Casolari, compagna di lavoro e di vita, qui nell’umile ma fondamentale ruolo di spalla, quasi servo di scena, che consente a Gianfranco le sue spericolate, pirotecniche esibizioni, incredibili per un artista affetto da cecità – peraltro dichiarata e raccontata nel corso dello spettacolo – ma che lo spettatore neofita è indotto a ritenere una finzione drammaturgica.

Anche La buona educazione, prima assoluta della Piccola Compagnia Dammacco / Teatro di Dionisi conferma il talento di un’attrice di razza: Serena Balivo; già in gonnellino da bimba ne L’inferno e la fanciulla; poi in vesti maschili in Esilio; qui, nel terzo episodio della Trilogia della fine del mondo, è una sprovveduta zitella, maldestramente impegnata nel problematico affido di un nipotino rimasto orfano. Serena sembra, ogni volta, sfidare la sua propria identità di giovane donna, mimetizzandosi in figure di forte impatto teatrale, ma lontane anni luce dai modelli che animano i sogni di tante ragazzine, aspiranti donne di spettacolo, drogate dal piccolo schermo. Anche in questo spettacolo emergono i due temi ricorrenti nel festival: una genitorialità, ancorché straniata e stranita e, sullo sfondo, la presenza invasiva di internet. La vicenda anche qui si direbbe sospesa fra realtà e sogno, tutta nella mente della protagonista. Una sottile ironia pervade i suoi goffi tentativi, disastrosamente falliti, di assumere un ruolo genitoriale ed educativo; complice una scenografia che richiama un magazzino di rigattiere, un bric-à-brac che affastella mobili d’antan, composizioni kitsch e oggetti di ogni tipo, unificati da un gusto per l’horror vacui.

Daniele Aureli, autore interprete e regista di Teoria del Cracker (o della vita puttana), della Compagnia Teatrale Occhisulmondo, in un monologo ambizioso nell’assunto, denso di originali suggestioni figurative e drammaturgiche, dà vita a una pluralità di personaggi. L’assenza di scenografia è compensata da una forte intensità attorale, e da efficaci espedienti quali la invadente, farinosa polvere bianca di cui sono intrisi gli abiti, un sapiente utilizzo della luce. Forse non sempre trasparente la fabula, anche per la sua originalità e complessità, che richiede nello spettatore un certo sforzo, ma sicuramente un’operazione teatrale da incoraggiare e sostenere, meritatamente insignita del Premio Sandro Cappelletto

La rassegna si è conclusa con Overload, di Sotterraneo, un collettivo fiorentino di ricerca costituito da una dozzina d’anni, già presente in passato a Primavera dei teatri. Il tema era l’evoluzione dell’attenzione umana nella società digitale, con l’obiettivo dichiarato di “riprodurre in teatro i meccanismi della infosfera, il sovraccarico di stimoli, la riduzione della soglia di attenzione, le continue associazioni tra cose distanti, in una rincorsa quasi tossica ai contenuti”. Il risultato spettacolare è un oggetto magmatico, ipercinetico, sovrabbondante, ma con un ritmo incalzante; forse con un eccesso di falsi finali, ma sostenuto da una coerente e intelligente progettazione drammaturgica che, a dispetto della pretesa serietà dell’assunto critico nei confronti della dilagante civiltà digitale, risulta irresistibilmente godibile.

Col progetto Primavera Kids Scena Verticale ha recuperato, ormai da tre anni, l’antica vocazione didattico-pedagogica del teatro ragazzi. Il diario di Adamo ed Eva, diretto da Dario De Luca, è un’operina delicata e accattivante che, anche grazie anche alla presenza scenica a un tempo tenera e maliziosa della giovane Elisabetta Raimondi Lucchetti, vince la scommessa di raccontare ai bimbi l’eterna guerra dei sessi, ispirata allo spiritoso e – per l’epoca – scandaloso testo di Mark Twain. Originale nell’utilizzo della forma della narrazione coniugata col teatro di figura anche Amore love Psiche, di e con Anna Calarco, con la regia di Gaetano Tramontana.

Nell’impossibilità di riferire su tutti gli spettacoli proposti, mi limito, in chiusura, a un veloce giro d’orizzonte, necessariamente incompleto

Generosa, muscolare la prestazione attorale di Michele Maccagno in Eracle, di Teatro di Borgia, che Maurizio Sinisi ha tratto dalla tragedia di Euripide, ricavandone una parabola tragica che, nella sua apparente banalità, partendo da un banale malinteso, conduce alla rovina il protagonista, fino all’omicidio/suicidio, passando attraverso i temi del consumismo, della dipendenza informatica, e di altri feticci della civiltà contemporanea. Stralunate e raggelanti le aforistiche banalità di Quotidiana.com con Episodi di assenza 1. Prima che arrivi l’eternità – scienza vs religione, declinate da un cast ampliato rispetto alle precedetti produzioni della compagnia, anche con intermezzi coreutici. Calcinculo, proposto da Babilonia Teatro è un indiavolato bailamme satirico, una sorta di macabra, gioiosa danza sulle macerie. Spiritosa ma superficiale la riflessione intergenerazionale sui rapporti sentimentali di Intimità, della giovane compagnia Amor vacui. Con Sei. E dunque, perché si fa meraviglia di noi? di Fortebraccio Teatro, Roberto Latini rivisita i Sei personaggi con un raffinato gioco teatrale affidato al promettente PierGiuseppe Di Tanno; ma il senso profondo dell’operazione, pur di indubbio fascino spettacolare, sfugge a chi non abbia una conoscenza puntuale delle implicazioni, anche filosofiche, di quel testo fascinoso e inquietante.

In un panorama così ricco e variegato, c’è da riconoscere che, dopo quasi vent’anni, Primavera dei Teatri ha ancora voglia di crescere.

Claudio Facchinelli

Primavera dei teatri

Nuovi linguaggi della scena contemporanea

Castrovillari

27 maggio / 2 giugno 2018

XIX edizione