Tra Goethe e Saramago, al cabaret della psicopatia

 

 

 

 

 

“Il tuo vestito mi ricorda il diavolo” grida Elia, da subito entusiasta ipercinetico istericamente sovreccitato, rivolgendosi a Lady D., che in piedi nel foyer, vestita di rosso sgargiante, e agitando un ventaglio nero, invita il pubblico (che diventa così da subito ipoteticamente attore) ad assaggiare le meraviglie del locale, l’Eden perduto. “C’è chi viene per dimenticare, ma chi dimentica troppo non esce più”. Chi è dunque – nel mondo sotterraneo in cui ci immergeremo, certo scendendo le scale del teatro sophia, ma soprattutto seguendo il beffardo grottesco delirio architettato dall’autore – chi è il diavolo. Chi il padrone della danza? Per quasi tutto lo show, da basso, ci appare esserlo, nella sua isterica onnipotenza, Elia, incarnato con voluto parossismo dall’autore nonché interprete, un istrionico e danzante Gennaro Russo, che col suo ritmo ossessivo e la recitazione iperveloce e drogata punta ad ipnotizzare e fagocitare il pubblico preda, ma soprattutto la preda designata al momento (ma certo rappresentante di tutti noi), il povero timido catafratto sentimentale Sebastian (incarnato con tremula perfezione da Nicolò Berti) che, come il San Sebastiano alla colonna, icona gay involontaria di tutti i masochismi, diventa l’oggetto di un avvolgente rituale divoratorio. Salvo poi diventare lui il più forte. Del resto un ruolo da Berti già abilmente sperimentato quando, in Aeterno Dorian Club, di Fasanella (Teatrosophia 2025), dal timoroso e traumatizzato Andy Warhol si muta nel pittore ucciso da Dorian Gray, redivivo in questo circo di immortali, e lo accoltella e sgozza. Chi è qui il diavolo? Chi gestisce l’immortalità, il patto, i desideri, la pulsione all’onnipotenza? Intanto chiariamo che incunaboli di questa interessante prima prova testuale del giovanissimo Russo, se alla lontana sono da rinvenire nel Faust goethiano, ed in genere nel mito faustiano dell’eterna giovinezza, andando più vicino attengono alla sua stessa esperienza di collaboratore e spettatore al Teatrosophia (e in una scena in parte viene confessato, per chi lo sa). Il tema dell’immortalità come gabbia non scelta, più che aspirazione, era infatti il centro del Dorian Club, ma in modo assai più profondo ed ironico dell’intenso e visionario spettacolo di Valentina Cognatti, Le intermittenze della morte, dall’omonimo romanzo di Saramago (Teatrosophia 2024), dove la morte smette di esistere, ad opera di non si sa chi, con conseguenti sequele di ilari nonsense: malati che non muoiono, ospedali ingorgati, etc. E qui? Identico. Sembra Elia abbia ucciso Sebastian. Poi no. Non è chiaro se sia lui a gestire la situazione. Lui che vorrebbe gestire la fama la morte e l’immortalità per Sebastian.

Ma il telegiornale, in voce off, riferisce di scontri di strada dove i feriti non muoiono, e dell’interminabile inspiegabile agonia della regina. E più avanti sempre un comunicato stampa annuncia il ritorno della morte.

Chi è il diavolo? Forse alla fine Lady D. (una Silvia Pucci abile a gestirsi ambiguità ed evanescenza del ruolo). Dice infatti ad Elia

 

“Ti congedo dall’EDEN. Ti ho creato io, ma hai ecceduto. Volevi essere un DIO, e te l’ho dato

 

Anche se poi precisa,

 

“Io posso solo osservare”

 

Insomma non è chiaro. Né lei né Elia sembrano poter gestire la morte, anche se lei sembra avere la funzione di intermediazione che un dio minore, o una madre, o junghianamente l’anima, hanno nei confronti di un bimbo adulto super uomo malriuscito, psicopatico drogato di onnipotenza.

Una madre indulgente e crudele al contempo, che gli fa credere di concedergli il giocattolo, l’Eden perduto dell’onnipotenza (il locale in realtà appartiene a lei), ma si rivela implacabile e castratrice.

Elia infatti – con psicotica negazione della realtà, volendosi capricciosamente continuare ad immaginare immortale  – ad un Sebastian ora più forte che lo confronta dicendogli che ha solo paura, buttatosi a terra, chiede di sparargli. Ma quando poi esclama disperato e stupito, “Non posso morire. Sono un dio!, Lady D gli risponde, “Il dio del nulla”, con perfetta iconica chiusura sul titolo della pièce.

L’autore quindi prende, come dicevamo, stimoli da altri spettacoli, ma non per questo risulta meno originale.

Intanto nuova è l’ambiguità della situazione, e nuovo il capovolgimento, nel protagonista, da carnefice a vittima, da potente e vitale ad impotente. Ma soprattutto il centro si coagula attorno alla dicotomia tra essere e apparire.

La lavagnetta appesa nel foyer, con la sua frase simbolo estratta dal testo, ci mette sulla strada

“Devi imparare a farti guardare. Non hai idea di quanto possa essere dolce l’attenzione, se impari a godertela”

Questo è quello che il protagonista vorrebbe insegnare teoricamente a Sebastian, anche se in realtà lo tortura ed annulla, a cominciare da quando cancella la sua timida esibizione in una canzone d’amore, facendo esplodere ad interromperlo, ad alto volume Per sempre sì, di Sal Da Vinci (Sanremo 2026). Sebastian non vuole essere visto? Deve invece imparare a farsi guardare. Diventare un’opera d’arte immortale.

Come un Pollock. Salvo che lo vuol rendere un Pollock vivente, seduto legato, con la macchia di sangue creatagli dal suo sparo. Quando sembra morto davvero però il bimbo isterico caccia un urlo, non si sa se di spavento o eccitazione, come eccitato dalla realtà, “Sei diventato arte. Action painting!”. Un quadro vivente che ricorda quello quello del video proiettato nel foyer, come anticipazione, dove una donna legata e minacciata con la pistola veniva appunto definita un Pollock.

Siamo dunque in un thriller, di fronte ad uno psicopatico sequestratore e killer?

Sebastian lo accusa di psicopatia. E ci potrebbe stare. Ma Lady D col suo registro simbolico derealizza una interpretazione così realistica.

Siamo tra il simbolico grottesco e l’onirico, e se volessimo essere psicanalitici, Sebastian è una parte scissa e non accettata della psiche di Elia. Il suo lato fragile, che lui oscilla tra il voler rieducare e sopprimere. Certo per lui è il ritorno del rimosso, che alla fine sparandogli gli certifica il fallimento. Muore l’apparire e vince l’essere. E la psicopatia eccitata della recitazione denunciava fin dall’inizio la falsità drogata ed esasperata della disperazione, di una psicopatia che sa di arrampicarsi sugli specchi nel terrore dell’invisibilità.

Tutto ciò dove? In una scena fatta di niente (una sedia, un tavolino con bottiglie), tra qualche proiezione, qualche musica e qualche stacco di luce, che collabora ad esaltare e mettere al centro la presenza degli attori, in una suggestiva sinfonia giocata su tre registri, ciascuno a suo modo impressivo.

 

Marco Buzzi Maresca 

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Il dio del nulla, di Gennaro Russo

con Nicolò Berti, Silvia Pucci, Gennaro Russo

regia Francesco De Francesco

assistente alla regia Francesco Pepe

coreografie Maria Concetta Borgese

voci off studenti della Inlakesh Film

Roma, Teatrosophia, 21-24 maggio 2026

 

 

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