
Quella di Antonio Mocciola è una cifra drammaturgica da anni ben riconoscibile. Prevede sulla scena il corpo totalmente desnudo (quasi esclusivamente) maschile quale abito della trasparenza, strumento di onestà intellettuale e assenza di infingimenti nel paradosso che il teatro è il luogo per antonomasia della finzionalità.
Ma a differenza di quei pochi altri colleghi che si cimentano con il nudo in scena per mero voyeurismo personale e del pubblico, Mocciola sovrastruttura e veste i corpi adamitici con pregiate e sofisticate stoffe narrative, rielaborando a modo proprio – con un rispetto filologico che non è assoluto ma pertinente e sempre ben dosato – biografie, eventi, fatti e misfatti del mondo più o meno contemporaneo.
Ne “La cerimonia dell’assenzio” le note vicissitudini personali e storiche di Paul Verlain (Giuseppe Brandi, che è anche regista) ed Artur Rimbaud (Emanuele Di Simone) si mescolano con la presenza semi onirica del Conte di Lautréamont (che conte non era, interpretato da Francesco Petrillo) e la scena spoglia dal minuto zero i corpi dei primi due attori che si specchiano nelle proprie nudità come prologo ad una ben più faticosa immersione nei tormenti, nelle passioni represse, nei desideri inevasi che li legano e li allontanano nelle ore dei roghi parigini dei moti di fine Ottocento.q
Il testo condensa il rapporto tra i due ‘maledetti’ in un efficace lungo dialogo che ripercorre la travagliata relazione senza bisogno di abiti né contesti diversi: la soffitta nel centro di Parigi è punto di vista privilegiato per assistere alla distruzione della città e a quella di se stessi con l’ausilio del consumo di assenzio, metafora e condensato di tutte le droghe e perdizioni nonché chiave d’accesso alla disinibizione del mondo del possibile.
Brandi e Di Simone restituiscono una recitazione credibile e appassionante con una corporeità decisamente adeguata al carattere del proprio personaggio; pur tuttavia corrono il rischio (seppur superandolo) di inanellare una verbalità estremamente rapida che cattura l’attenzione a discapito di una maggiore comprensione delle tante sfumature autorali.
Il ritmo sostenuto e il crescendo che si instaura alla comparsa di Lautréamont giustificano, invece, il terzo personaggio che irrompe nel ‘ménage’, diventando inizialmente pretendente d’anima altrui per poi trasformarsi in agnello sacrificale. Petrillo fa bene a calcare sui toni e sull’espressività del personaggio che gli conferiscono una potenza espressiva davvero convincente ed efficace, soprattutto nel finale.
Lo spettacolo risente nel suo complesso di un’impostazione un poco rigida e di una regia che poteva osare qualche guizzo in più, ma la valenza degli interpreti regala ad un testo tutt’altro che nudo né spoglio un’esperienza immersiva e passionale di assoluta rilevanza.
Francesco Giannotti
Teatro Off/off – Roma
25 – 29 marzo 2026
“La cerimonia dell’assenzio” di Antonio Mocciola
regia Giuseppe Brandi
con Giuseppe Brandi, Emanuele Di Simone, Francesco Petrillo
ricerche storiche Roberto Schena
musiche originali Andrea Causapruna
assistente alla regia Sissy Brandi
produzione Mentite Spoglie Teatro

