Nel buio la fiamma della voce e del corpo
Concerto ironico e demoniaco per Iago solo.

“Otello è la tragedia della parola, più di ogni altra. Iago quasi non ha nessuna
azione. Sceglie solo le parole, ma, in realtà, costruisce la qualità del proprio
silenzio. Le sue parole sono piene di silenzi. Iago non è il maestro delle parole è il
maestro dei silenzi».
Così si esprimeva Roberto Latini in una intervista (Nicola Arrigoni, 2013), e mi pare
un buon punto di partenza per parlare del suo Jago. Concerto scenico con pretesto
occasionalmente shakespeariano per voce dissidente e musica complice in scena
di recente al Teatro Argot di Roma, come variante di un infinito percorso in fieri la
cui prima tappa risale addirittura al 2008, con successive continue rielaborazioni,
varianti, scarnificazioni.
La parola che costruisce la qualità del silenzio.
Iago come serpente dell’abisso, che nell’alludere non dice ma indica il tuo abisso, il
tuo rumoroso silenzio.
“Io non faccio niente .. metto gli uomini a disposizione di se stessi”
Gelosia, invidia, insicurezza, frustrazione delle ambizioni, attribuzione a tutti del
proprio desiderio senza regola, lubrico e misogino.
Iago è il demone cartesiano del dubbio metodico.
Semina nel tuo buio ciò che in realtà è in lui …
“Sospettavo che il Moro si fosse infilato nel mio letto .. e anche Cassio .. vendette
benedette … avevo, ho, le mie buone ragioni. Facevo involontariamente del male,
perché mi era stato negato volontariamente un bene dovuto”
Iago geloso, che si immagina cornuto. Iago frustrato per la mancata luogotenenza,
andata a Cassio. Iago che sibila, sputa veleno, manipola.
La parola spinge, la parola si sporge, e nelle pause e nei silenzi cadi nei pensieri,
tuoi, non tuoi, suggeriti, di chi ?
E Latini è maestro della parola sospesa sospirata frammentata decomposta come
un ansimio ed un tormento del corpo. Una parola che dice una cosa e ne ansima
un’altra, con la dissidenza della voce, come suggerito nel sottotitolo, e con gli effetti
di eco e sdoppiamento che con maestria carmelobenica amplificano il silenzio,
praterie di buio e lampi di luce torva.
Latini munito di smunta palandrana grigiastra si torce così come una fiamma nel
buio, aggrappato all’asta del doppio microfono, talora volto contro di sé come una
pistola puntata. Si torce, in perenne tremito di disequilibrio sulle punte dei piedi, il
volto nudo segnato da nere strisce di lacrime vampiriche, a tratti reso fosforescente
nel buio da sciabolate di luce.
Nei tratti tragici la voce è tremante spingente in crescendo di toni sospesi ed
accelerandi ritmici carmelobenici, quando si sdoppia tra un Otello torvo ansimante
ed una Desdemona lirico tragica, angosciata, in voce chiara.
In altre parti, ironiche, sprezzanti, metanarrative, oscilla tra un tono neutro,
distaccato, e metamorfosi da ventriloquo, con toni grotteschi caricaturali cavernosi
belluini al limite del comico quando incarna Brabanzio, il padre irato di Desdemona,
e strascichii infantil pupazzeschi quando si tratti del Roderigo succube bavoso e
desiderante o di un Cassio ubriaco e rimbecillito.
Concerto scenico. Musica complice.

Sì, perché splendidamente la musica accompagna e rivela, e nelle pause, spesso
scompostamente danzate, o quando lui accasciato appeso all’asta del microfono
mima la disperazione di Desdemona, dilaga ad amplificare i climax emotivi.
Questi i tratti performativi. Resta da vedere la proposta testuale.
Diciamo che, un po’ come faceva Carmelo Bene – con Amleto, con Macbeth –
Latini assume su di sé tutti i personaggi, li abita nel proprio corpo, li fagocita in Iago.
Degli stupidi strumenti Roderigo e Cassio, farseschi e animaleschi. Uno stupido
sublime bersaglio Otello. Solo Desdemona rimane di tragica purezza.
Latini non cerca comunque lo straniamento beniano. Concentra, sfronda, taglia e
cuce, fa un po’ di metateatro e commento; ma sostanzialmente si identifica.
Anzi. Iago giganteggia, e porta il peso, e macbettianamente filosofeggia, con
sprezzo e dolore.
“Io non faccio niente .. metto gli uomini a disposizione di se stessi […] Il mio autore
m’ha voluto così. Credete che non mi pesi ? Non sarebbe stato più facile farmi
ammazzare tutti, senza magari essere scoperto alla fine .. No, signori, no .. per me
è stato pensato qualcosa di più grande, teatrale. A me basta parlare, soffiare aria, e
comporla in suoni. Signori. Questa tragedia ha una voce sola, la mia.”
Qui si conclude il suo discorso metateatrale, mentre va e viene ancora tra platea e
scena. Ora si tuffa nell’arena, in corpo e phonè, raccontando la rabbia verso
l’immeritevole Cassio. E’ tuttavia ancora un prologo. Cassio è un bersaglio
secondario, tanto che Latini attualizza, generalizzando sulla politica come
corruzione, con un linguaggio triviale che ben si attaglia a Shakespeare, ma che
egli rende comico e straniato intervallando il commento gridato ‘volgare!’.
“Si va avanti per simpatie, raccomandazioni e leccate di culo. VOLGARE ! Alcune
volte infilandosi casualmente nel letto più utile. VOLGARE ! Altre volte rompendo i
coglioni così tanto che non ne possono più di averti attaccato alle palle VOLGARE !
E ti mandano avanti.”
Un prologo. Le apparenti ragioni della rabbia.
E’ come se Iago si agitasse a giustificarsi.
Ora però (prima dell’irrompere del soliloquio tormentato dell’avversario, Otello) Iago
dilaga con una splendida frammentazione vocale, che è una sussultoria angosciata
preghiera a nascere al teatro, per effetto di voce e dello sguardo dell’altro (Otello, il
pubblico, chiunque).
Eccolo dunque soffiare aria, e comporla in suoni, come Ariel nella tempesta.
“Sono qui .. sono qui .. sono qui .. Guarda qui .. guarda qui .. Vedi qui .. vedi qui ..
Vedi qui .. Senti ?! .. senti ?! .. Guarda qui .. vedi qui .. senti ?! .. Otellooo ..
Otellooo! Sono qui .. senti qui .. Tocca qui .. Otello! Quiiii !!”
Sono. Guarda. Vedi. Senti. Tocca.
Una progressione ad essere. Una incarnazione, mentre lui fiammeggia appeso
all’asta del microfono, in tremito di disequilibrio.
Iago e Otello.
Due controfigure della gelosia, due vettori della pulsione di morte.
Tanto che se Iago è il tutto, il dialogo agonistico omicida di Otello con Desdemona
ritorna tre volte, in un crescendo, e che il soliloquio che lo anticipa segue qui subito,
e riprende ad eco le parole di Iago
“Una ragione c’è […] E’ tutto qui. Senti qui. Tocca qui.”

E proprio per questo giganteggiano all’unisono nel sovrapporsi in controluce al loro
archetipo di nera follia, Macbeth, di cui ricalcano un paio di metafore.
Così Otello, pensando di ucciderla, mormora le parole del testo “spegniti fuoco”, ma
aggiunge “spegniti respiro, spegniti candela”, sulle orme del celeberrimo “Out out
brief candle”.
E così Iago avendo fatto presso Otello l’ultimo affondo su Cassio, preludio alla sua
furia omicida, diversamente da quanto nel testo, dove non ha vacillamenti né
tormenti, passa gli stessi tormenti di Macbeth per l’omicidio dell’amico Banquo.
Come lui ha ucciso il sonno.
Comincia impugnando il microfono come una pistola puntata contro di sé, e
invocando ripetutamente, con voce disperata crescente, tremante, interrogante, il
suo nome … Cassiooo Cassiooo!
Poi, mentre la voce cala, e sfuma nel nulla, così recita il suo tormento
“Non dormirai più Iago, il sonno innocente. Vedo tutto .. Trasparente vuoto pieno
tutto niente. Sono io che guido il coro. Ho le dita tutte intente a suonare le mie
corde ..
Non t’accorgi che non dormo ?!”
Un tormento d’un attimo naturalmente, come in Macbeth.
Poi solo tenebra e livore.
Il dramma si compie, e lui non ne risponde.
Come da copione
“Non chiedetemi nulla. Quello che sapete sapete. Non dirò più una parola”
Esplode la musica frenetica.
Lui di spalle, su un fondale a tendaggi ora rosso sangue, curvo, ingobbito, danza la
propria uscita di scena, il silenzio del crimine.
E potremmo dire, parafrasando Macbeth, che un guitto si agita sulla scena, e poi
non se ne sa più nulla.
E tutto è silenzio.
Una lettura tutto sommato semplice, espressionistica, tragica e farsesca, che
concentra e monta pezzi salienti, in un crescente vibrato emotivo, per voce e corpo
dissidenti.
E il pubblico ne è attraversato con potenza, ed applaude con lungo calore.

Marco Buzzi Maresca

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Jago. Concerto scenico con pretesto occasionalmente shakespeariano per voce
dissidente e musica complice – di e con Roberto Latini – musiche e suono Gianluca
Misiti – luci e direzione tecnica Max Mugnai
Teatro Argot – Roma, 19-22 dicembre

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