Fuori dalle logiche imperanti (e quasi sempre fuorvianti) del woke, del politicamente corretto, del capriccio anarchico degli umani contemporanei che giocano stupidamente a sovvertire le regole basilari di madre natura, un uomo – vieppiù barbuto e dai tratti decisamente virili – si ritrova con suo sommo stupore all’ottavo/nono mese di gravidanza. Il ventre è prominente, l’umore è instabile, fronte e corpo s’imperlano facilmente di sudore e lo stupore, lo sconforto, l’angoscia lo assalgono; la sua mascolinità (nient’affatto tossica) è messa drammaticamente in discussione, le certezze biologiche di quella stessa madre natura gli giocano uno scherzo per nulla gradito e la sua routine di maschio eterosessuale senza particolari qualità, dedito ad un’esistenza come tante fatta (anche) di Bacco e tabacco (e poco Venere), s’arresta per via dell’inspiegabile creatura che diventa un ospite ingombrante e con il quale instaura da subito una dialettica d’amore/odio decisamente conflittuale. È questo l’avvio e tutto il leitmotiv de “Il gioco delle forme”, scritto e diretto da Stefano Ferrara e interpretato da Bruno Petrosino che, per oltre cento minuti di monologo, incarna e restituisce tutto l’arcobaleno emozionale di un maschio che vive un’esperienza così assurda e sconvolgente.
Emidio non esperisce gli accadimenti e i sentimenti di una gravidanza banalmente ribaltata di genere, ma sfugge a qualsiasi cliché lezioso e consolatorio della gestazione (e questo è un bene). Il testo si snoda con profluvi di dialoghi interiori che toccano i temi più disparati derivanti da tale condizione esistenziale (la coesistenza/coabitazione, le convenzioni sociali e il giudizio altrui, l’omosessualità, la salubrità fisica e mentale, il crollo delle certezze, il cinismo caratteriale), centrando – anche registicamente – un crescendo che perdura per tutta la prima metà dello spettacolo; dopodiché l’ambizione di voler dire tutto deborda nel troppo e, ancor più, nella perdita della tensione drammaturgica, affaticata da un saliscendi di registri che spengono il ritmo, ripetono schemi narrativi e che posticipano un climax che arriva fiacco e provato. Non è un problema irrisolvibile né una sentenza inappellabile perché il testo ha molto di innovativo e intelligente e, soprattutto, ha trovato nel suo interprete il traino migliore e più adatto: Petrosino non ha mai raggiunto un’abilità attoriale di tale spessore e complessità. La sua interpretazione lascia basiti non solo per l’impegno e l’enorme sforzo profuso ma anche per qualità e mimesi che il personaggio richiede. L’abilità di alternare senza sbavature né incertezze toni drammatici (a lui decisamente congeniali) a tante sfumature ironiche e leggere (non solite per il suo percorso professionale) lo inscrivono senza tema di smentita nel panorama degli attori davvero completi ed estremamente versatili.
“Il gioco delle forme” è quindi un esperimento felice che necessita solo di qualche limatura in sede di scrittura, specie nella seconda metà del testo, ma ha il pregio di essere un coraggioso ribaltamento del punto di vista senza cadere nella facile trappola della propaganda ideologica.
Francesco Giannotti
Teatrosophia – Roma
14 – 17 maggio 2026
“Il gioco delle forme” di Stefano Ferrara
regia Stefano Ferrara
con Bruno Petrosino
luci Gloria Mancuso

