Il mistero dell’umano: domande e stupori

 

Un po’ narciso, un po’ incantatore di serpenti, non si può dire se Giuseppe Manfridi sia meglio in scena o per le scene, con la sua scrittura. I suoi testi girano da tempo il mondo, e anche questo – Wakefield. L’uomo che volò oltre se stesso – ripresentato al Teatro Sophia (Roma 17-19.5.2024) è un vecchio cavallo di battaglia, il cui debutto, al teatro Argentina di Roma (con successo), risale al 2009.

Teatro di narrazione ?

Certo. Anche.

Piuttosto tuttavia si dovrebbe parlare di teatro sulla narrazione, metanarrativo – intriso di semiotica e mise en abime (si veda il riferimento a Borges). Un teatro filosofico, sull’ambiguo rapporto tra realtà finzione e verità. Un inno alla letteratura e all’umanesimo, e anche se non lo cita, al ‘pensiero narrativo’ come teorizzato da J.Bruner. Infine attuale nel riporre al centro la comunicazione come elaborazione comunitaria dell’esperienza: il racconto di un racconto di un racconto.

La tela di questo discorso tuttavia si costruisce secondo due procedimenti complementari, che l’attore gode continuamente a sottolineare al pubblico: uno per decentramento, per digressioni a scivolo; l’altro concentrico, circolare, col continuo rimando sia a connessioni analogiche (anche senza senso, rime, come le chiama), sia all’intero da ricostruire (le tessere di un puzzle). Si pensi tuttavia che se il puzzle ricostruito come intero è una immagine pre-esistente, che dà un senso a priori all’interrogazione delle tessere, to be puzzled ha a che fare prevalentemente col mistero.

Se dunque l’attore in scena – affabulando, e con godimenti comico istrionici – sembra cadere ogni tanto in eccessi di pedagogismo, in realtà questa ossessiva pedagogia verso il pubblico ha una doppia funzione di coinvolgimento (aldilà della captatio benevolentiae comica): serve come maieutica all’attenzione, ad un ascolto che sia anche con-creazione, ipotesi, e quindi ascolto curioso ma anche pensiero attivo, interrogante, prefigurante.

Occorre che il pubblico segua l’attore, condivida il suo pathos stupefatto.

Perché se tante tessere concentricamente si compongono ed intrecciano, l’assunto principale dello spettacolo è uno stupore interrogante sul mistero dell’umano.

Cosa porta al succedere e manifestarsi negli individui di uno scarto esistenziale, di un salto – una devianza? un’eresia? – di un qualcosa che apparentemente non aveva nulla a prepararlo?

Ma vediamo di che si tratta. Quali sono i colori della tela.

Sostanzialmente Manfridi intreccia tre storie, due legate a fatti reali, e una ad un racconto di Hawthorne (quello che dà il titolo alla piéce), anche se a più riprese sottolineerà come in tutti questi casi la verità del racconto, come domanda e ricreazione, superi ed inveri la realtà.

Si comincia con Wakefield, che abbandona per venti anni la moglie, apparentemente senza ragione e senza comunicarlo, per abitare anonimo di fronte a lei, guardando la propria vita da fuori, e poi tornando, senza nessuna spiegazione.

Da qui ci si aggancia alla storia che tiene il centro dello spettacolo, e che veramente appassiona Manfridi: il record imprevisto, folgorante, di Robert Beamon alle Olimpiadi del 1968 di Città del Messico. Salto in lungo di 8.90 metri; 55 cm in più del precedente. Un record da nulla anticipato nella carriera di Beamon, che peraltro dopo di questo declinerà inesorabilmente, tanto da finire ad esibirsi in un circo.

Infine – unita per pura concomitanza spaziale – esplode al centro della scena la tragedia politica della repressione delle proteste politiche, sempre a Città del Messico, dove l’esercito spara sulla folla, facendo oltre 500 morti.

Gli studenti protestavano da agosto, e la repressione avvenne il 2 ottobre.

Il 18 ottobre Beamon faceva il suo record. C’è legame tra le due diverse eccezionalità?

Ed il legame tra Wakefield e Beamon? Buffo e casuale. Invenzione letteraria di Manfridi. Wakefield per tornare a casa deve saltare dall’altra parte della strada

(Londra 1835), percorsa da pericolose carrozze. Manfridi immagina la strada larga 8.90 metri, come il salto di Beamon.

Analogia e simboli, come dice Pessoa? Forse. Ma gli accostamenti posso anche crearli io, per dare il mio senso. Ed il senso dell’accostamento è per Manfridi il salto, la divaricazione, la devianza, il mistero dello scarto improvviso nell’uomo.

Sempre si tratta di un improvviso abisso, che se pur casuale, non prevederebbe ritorno, il che rende ancor più provocatorio il ritorno a casa di Wakefield, che resta da chiedersi se vero ritorno sia, e di che tipo: debolezza, beffa, opportunismo, amore?

C’è una risposta? No. Manfridi immagina Beamon che mormora Quien sabe. Come a dire che l’attore stesso della devianza non sa perché lo stia facendo, e cosa stia facendo.

Tuttavia Manfridi – poi corroborando l’esempio con altre devianze in racconti di Laforgue, Walser, Singer – una risposta la tenta.

E qui si intrecciano scelta e destino.

Come direbbe Sartre, la libertà è scegliere il proprio destino, o come direbbe Machiavelli, cavalcarlo.

Ma il destino?

E’ il caso di fronte a una biforcazione. Stai andando in auto. Chiedi informazioni, e ti dicono “sempre diritto”.

Ma poi c’è una biforcazione imprevista.

Dritto potrebbe significare la strada principale (la regola sociale?), che però curva leggermente. O potrebbe significare la strada secondaria, che va davvero diritta, secondo geometria euclidea. La prendi. Dopo un po’ dubiti. Ma ormai…

Tornare indietro è difficile. Poi interviene la cocciutaggine. Poi ti piace…

Hai scelto? Sì e no. Interpretazione, caso, cocciutaggine.

Così accade a Wakefield.

Ha scelto? Sì e no. Assentarsi .. sì. Poi prolunga l’assenza per indecisione, poi per cocciutaggine, poi forse per piacere perverso ed abitudine. E perché è difficile tornare indietro. Ma perché?

Quien sabe?

Il salto iniziale a cosa dovuto ? Forse paura della vita? E poi? Forse vuole vedere come reagiscono gli altri? E il ritorno, perché?

Tra riuscita e catastrofe non c’è differenza. Solo caso interpretazione narrazione.

Gli assunti del discorso di Manfridi sono interessanti. Molti dei filosofemi implicati già noti, anche se ben montati. Manfridi affabula con energia, e ti avvolge.

Ma forse non basta l’avventura delle domande e delle ipotesi, ed alla fine la performance è un po’ stancante: un fuoco d’artificio barocco di stupori ed incastri, una esibizione di virtuosismo.

Si applaude, ma l’emozione resta dell’intelletto.

Marco Buzzi Maresca

 

Wakefield. L’uomo che volò oltre se stesso

di e con Giuseppe Manfridi

Regia di Claudio Boccaccini

Elementi scenici: Antonella Rebecchini

Teatrosophia – 17-19 maggio 2024

Wakefield. L’uomo che volò oltre se stesso

di e con Giuseppe Manfridi

Regia di Claudio Boccaccini

Elementi scenici: Antonella Rebecchini

Teatrosophia – 17-19 maggio 2024

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