Il circo della morte
fughe, smargiassate, farsa e tragedia

Un bel fuoco d’artificio il duo Ferro/De Feo, una Madonna in maschera ed un figlio del
popolo che incrociano il fioretto, con mosse contromosse e mossette, in una caccia al
topo, servo padrone, un’arlecchinata pinocchiesca, un processo fantasma, che
lentamente, senza parere, slitta nell’angoscia, riecheggiando il Don Giovanni
mozartiano, sulle orme del sapiente spartito approntatogli da Roberto Russo, che attiva
un confronto con al centro morte e colpa.
Non è la prima volta del resto che Roberto Russo napoletaneggia, con anime di defunti
in scena, che tornano a chiedere conto ai responsabili della propria morte violenta, ma
soprattutto mettendo in atto un processo ai sentimenti e ai rapporti.
Così in La rosa non ci ama, dove Maria D’Avalos polemizza col suo assassino e
marito, il principe Carlo Gesualdo da Venosa.
Così qui – in Metus noctis (Tor Bella Monaca, Roma 31.5-2.6.2024) – dove la madre,
apparentemente in incognito, vuole portare al pentimento il proprio assassino, questa
volta il figlio, un coatto pasoliniano del suburbio romano.
Né è nuova la commistione di linguaggio popolare e alto, di tragedia e farsesco, dove il
farsesco vuol essere dilazione e mascheramento del dilagare del tragico, quasi
esorcismo e negazione.
Qui in modo palese, anche se non sempre con perfetta logica.
Stride infatti nel personaggio popolaresco, ad un certo punto, il riferimento ad elementi
culturali come il complesso d’Edipo, e nella madre un gioco di parole tra qui/là e qui
quo qua come personaggi di Topolino.
Bene invece, e credibile che – nell’alzarsi della temperatura – il popolano filosofeggi, e
bene come linguaggio popolare condiviso la Bibbia (i comandamenti, il serpente).
E veri piccoli colpi di genio alcuni folgoranti slittamenti, verso il basso o verso l’alto.
Così mentre lui, Nino Ceccarelli (Gianni De Feo) romanticizza il proprio prostituirsi,
all’insegna del fulgore della giovinezza, dove tutto è specchio di Narciso
Quell’età non conosce ostacoli e quando si specchia in una qualsiasi
pozza d’acqua, sempre di sé stessa s’innamora!
la madre lo riporta bruscamente al reale
Non erano gli specchi di Narciso, ma i cessi della Stazione Termini!
A cazzaro!
Oppure, con improvvisa impennata, quando lui si mette a giocare sulla retorica
dell’angelo caduto, dando alla madre dell’angelo a mezzo servizio, e a se stesso
dell’angelo sfigato, senza conoscenze, e perciò ribelle e precipitato in questa miseria.
Ma un angelo bellissimo !

Ora, sedendo a cavallo della sedia, fronte pubblico, De Feo sfodera un lento e
crescente, poetico e sfidante, cantar parlato, alla Kurt Weill, e recita, prima con ceffo
rabbioso, e poi con l’occhio sempre più triste e sgranato, rallentando, la canzone
I ragazzi giù nel campo (tradotta da Pasolini e Dacia Maraini, dalla colonna sonora di
“Sweet Movie” – 1974)
I ragazzi giù nel campo / Dan la caccia ad un pazzo / Poi lo strozzano con
le mani / E lo bruciano in riva al mare / Vieni figlia della Luna / Della stella
mattutina / Che regala a sti ragazzi / Le carezze del gran cielo
Dove Russo innalzava un poco, De Feo rilancia (complice il suo genio di performer
canoro) d’interpretazione e regia, adombrando pasolinianamente, al contempo,
violenza e poesia.
Come funziona del resto la macchina scenica, nel testo e nella regia ?
Funziona nell’ambivalenza tra sogno e realtà, con al centro l’orizzonte della morte e
della condanna eterna: cioè nella prospettiva dell’aldilà.
Così, scenicamente, abbiamo a destra un letto (l’incubo, la paura – metus noctis), e a
sinistra una sedia (la coscienza, la realtà, la ribellione).
Al centro, in trono, l’accusatrice (una sulfurea soave ironica Alessandra Ferro), che
sotto il fuoco polemico del figlio si fa – con progressivi cambi d’abito in scena – prima
Madonna litaniante, poi maga taroccara, ed infine (senza più corona, a capo nudo, con
scialle grigio su veste bianca) nuda madre dolente.
Si diceva.
Il gatto e il topo.
Sì. Perché con buona pace dell’ipotetica cornice dell’incubo – dove l’accusatrice
sarebbe proiezione dell’angoscia e del senso di colpa del sognatore – mi sembra che
siamo più a metà tra la sfida tra Don Giovanni e il commendatore e le querimonie
sfuggenti di Pinocchio a fronte della fatina (non a caso madre).
Siamo comunque nel mondo dei morti, e lo stile da duello processuale mal si attaglia
all’idea dell’incubo, personificato dal letto e dall’agitarsi iniziale di De Feo sotto le
lenzuola.
La madre, per ora in incognito (ma poi a sua detta da lui in realtà da subito sgamata) lo
stimola a confessare, e più avanti a pentirsi. Ma lui nicchia, si agita, sromaneggia col
vittimismo del povero, tra l’Arlecchino ed il Pinocchio.
Burattinesco nei toni e nelle mosse.
Man mano tuttavia il lato pinocchiesco, evasivo, ipocrita, tramonta, ed emerge un
altrettanto ipocrita orgoglio vitalistico, da ragazzo di vita, da angelo caduto.
E alla fine il nostro antieroe getta la maschera, e si fa aggressivo e smargiasso.
E’ lui a dominare, è lui l’incubo di cui lei non si potrà liberare. E con dongiovannismo
amorale rifiuta ogni pentimento. Anzi rivendica il suo basso egoistico torvo viziato
piccolo movente. La madre malata era un peso, ed era soffocantemente ansiosa e
controllante.
Neanche qui tutta la verità, che invece puntualizza lei.
La mia pensione non ti bastava più a mantenermi da malata.

 

E per concludere, mentre lui rilancia, e non arretra,
LUI – No, non mi pento! Ho trascorso la vita nell’arte di uccidere i sogni. Tu saresti
stata soltanto l’ultimo. Io sono il mio Dio! Sono io il tuo Incubo! E sono io che
ti appaio nel Sonno Eterno!
lei gli tende timidamente sorridente una mano, dall’alto della propria statuarietà, ultimo
invito al pentimento.
Lui fa per volerla soffocare con un cuscino, ma lei dall’alto inverte, e lo soffoca, o
meglio, lo spinge a soffocarsi.
E così recita in epitaffio
LEI – Non per quello che mi hai fatto, ma per tutte le ferite che hai inferto a te stesso,
rinnegando ogni Speranza, la tua Notte, continuerà. Ciò che fa più paura del Buio, è soltanto il Buio che non finisce. L’ultimo Comandamento, quello non scritto, non
l’hai mai rispettato: “Sogna! Ché, senza Sogni, si muore.”
Dunque la notte di cui aver paura (metus), l’eterno inferno, è l’aver ucciso lei o l’aver
ucciso i sogni ? O uccidere la madre è uccidere i sogni, all’insegna di un falso vitalismo
d’en bas ? Quien sabe.
Intanto, con effettaccio teatrale, lo sprofondare è accompagnato dall’esplodere del
Requiem e di spari, mentre dilaga fumo in un tutto rosso affocato nel buio.
E al fuoco d’artificio di questo teatro dei pupi segue caldo e meritato applauso.

Marco Buzzi Maresca

 

Metus noctis
di Roberto Russo
regia Gianni De Feo
con Gianni De Feo e Alessandra Ferro
musiche originali Adriano D’Amico
aiuto regia Sabrina Pistilli
assistente regia Letizia Nicolais
scenografie Roberto Rinaldi
voce magnificat Francesca Pugliese
costumi Gianni Sapone
foto e grafica Manuela Giusto
Teatro Tor Bella Monaca
31 maggio-2 giugno 2024

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