Negli intimi e suggestivi spazi dello Studio Z.e.n. Art Hub di Napoli, lo spettacolo “Confidences entre Julie et la Madame de Grampon” ha chiuso in bellezza una stagione teatrale che si è dimostrata sin da subito ricca, coraggiosa e variegata. Questo “dialogo impossibile per due voci folli”, sapientemente orchestrato dal regista Davide Rossetti, affonda le sue radici drammaturgiche in un piccolo capolavoro del teatro dell’assurdo: “Le défunt” (1957) di René de Obaldia.
Il testo originale del drammaturgo e poeta francese è un fulgido esempio di come la parola possa farsi giocoleria, paradosso e tragicomica scomposizione della realtà. Nella pièce di Obaldia, l’apparente cordoglio per la scomparsa di un marito (il “defunto”, appunto) si trasforma rapidamente in un confronto surreale, grottesco e spietato tra due donne, svelando una ragnatela di ipocrisie, gelosie e segreti indicibili. Rossetti prende questo materiale d’eccezione e lo adatta con acume, mantenendo intatta quell’atmosfera di follia lucida e sospesa, ma accentuandone i toni espressionisti e caricaturali.
Il vero motore immobile di questa macchina scenica è proprio la mano del regista. Davide Rossetti compie un lavoro di straordinaria precisione intellettuale e artigianale, dimostrando una profonda comprensione dei meccanismi del teatro dell’assurdo. La sua non è una regia puramente estetica, bensì un’architettura millimetrica di tempi e spazi: Rossetti riesce a dosare l’esasperazione del grottesco senza mai far perdere il filo della narrazione, orchestrando i continui passaggi di tono con una fluidità magistrale. È evidente il minuzioso lavoro di scavo psicologico e formale fatto con gli attori, che il regista guida come strumenti di un’orchestra impazzita ma rigorosissima, dimostrando una maturità espressiva capace di trasformare un testo potenzialmente ostico in un congegno teatrale godibilissimo e ipnotico.
La scelta registica più felice e dirompente risiede senza dubbio nell’affidare i ruoli femminili a due interpreti maschili. In scena, Antonio Musella e Salvatore Amabile si muovono “en travesti”, offrendo una prova attoriale di straordinario livello. Lungi dal cadere nella facile macchietta o nella parodia grossolana, i due attori si dimostrano squisitamente a proprio agio nel governare i ritmi serratissimi e i colori violentemente surreali di una partitura drammaturgica complessa e insidiosa.
Il testo è strutturato come una partitura musicale sincopata, fittissimo di parole mitragliate a raffica, giochi di parole vertiginosi e battute a incastro che non lasciano spazio a esitazioni. A questa complessità verbale si sposa una partitura fisica altrettanto rigorosa: ogni sguardo, ogni sospiro e ogni movimento geometrico dei corpi deve essere calibrato al millimetro. Una sfida resa ancor più ardua dagli spazi angusti dello Studio Z.e.n. Art Hub; eppure, proprio la vicinanza quasi palpabile con il pubblico ha finito per amplificare l’efficacia della messa in scena. La vicinanza fisica ha trasformato la sala in una cassa di risonanza per le nevrosi delle due protagoniste, costringendo lo spettatore a diventare quasi un voyeur, complice intimo di questo delirio a due.
In questo microcosmo claustrofobico, Musella e Amabile dominano la scena con una mimica precisa e una padronanza vocale impeccabile, restituendo al pubblico napoletano non solo l’ironia graffiante di de Obaldia, ma anche quella sottile, tragica malinconia che si nasconde dietro ogni risata. Un finale di stagione di altissimo profilo, che conferma lo Studio Z.e.n. Art Hub come un avamposto cruciale per la sperimentazione e la valorizzazione del teatro di ricerca sul territorio.
Antonio Mocciola

