Danny Di Diomede, il dark e le sperimentazioni
“Esploro la parte nascosta della luna”

 

A poche ore dal debutto di “Lasciarti andare”, il 30 giugno al Teatro Elettra, in apertura della rassegna “Le forme dell’amore”, ideata dal direttivo della sala romana, in collaborazione con Gli indecisi e Mentite Spoglie, Danny Di Diomede ci parla di questo e di altri progetti. Nella fattispecie, “Lasciarti andare”, di Antonio Mocciola, lega con un unico filo due monologhi teatrali solo apparentemente diversi, “Nel mio cattivo stare” e “Nel ventre”, andati in scena in precedenti e diversi allestimenti. L’autore, incuriosito dal mondo originale e visionario del regista, gli ha affidato questo curioso esperimento. Danny è ragazzo colto, brillante, complesso: non é azzardato pronosticargli una carriera interessante e carica di promesse.

Tra poche ore debuttano due spettacoli che ti vedono alla collaborazione registica, ce ne parli?

Sono due monologhi apparentemente molto diversi, ma che condividono temi profondi e filoni comuni: la sofferenza fisica e morale, il nudo come simbolo di vulnerabilità e umiliazione, il conflitto familiare – soprattutto con la figura materna –, la riflessione sulla malattia, il senso di esclusione sociale e un forte conflitto esistenziale.
Il primo monologo esplora un lato poco raccontato di Leopardi, la sua fragilità fisica e il senso di inadeguatezza, accentuato dal rapporto difficile con la madre. Il secondo porta in scena la dura realtà dei giovani zolfatari italiani, ragazzi costretti a una vita breve, dentro le viscere della terra, privati persino dell’adolescenza. Due mondi diversi, ma uniti da un filo emotivo intenso e doloroso.
Come ti sei trovato ad affrontare tematiche come i legami familiari, in una forma (il nudo integrale) che in un certo senso svela ogni ipocrisia?
Il nudo è stato uno strumento essenziale, mai fine a sé stesso, ma protagonista della narrazione. Nel monologo di Leopardi, il nudo rappresenta la rivalsa del personaggio, che finalmente si mostra al mondo e alla madre per quello che è realmente. Nel racconto degli zolfatari, invece, il corpo nudo svela la cruda realtà di chi vive una condizione estrema, rendendo il teatro al tempo stesso simbolico e realistico.
Un grande aiuto me lo hanno dato i due attori, professionisti generosi e disponibili, che si sono affidati completamente alla regia e mi hanno dato tantissimo materiale su cui lavorare. La sfida più grande è stata costruire azioni fisiche capaci di supportare il testo senza scadere nella didascalia, creando un racconto che funziona anche senza parole. Amo lavorare con immagini forti e questo progetto è stata una bella occasione per unire immagine e parola in un equilibrio nuovo.
Con Salvo Lupo, nella prossima stagione, ti ritroverai per dirigere “La mia brutta abitudine”, di cosa si tratta?
“La mia brutta abitudine” è una sfida nuova e intensa, una storia che Antonio Mocciola ha voluto affidarmi con grande fiducia. Racconta di un samurai durante la Seconda Guerra Mondiale, costretto a confrontarsi con i tabù sociali e le rigide regole di una cultura che lo vorrebbe diverso da quello che è. È una storia che esplora il piacere del dolore, il masochismo, l’omosessualità e l’amore, tutte dimensioni messe in crisi da un contesto rigido e inflessibile.
Come ti definiresti artisticamente? Qual è il tuo mondo?
Mi definirei un “messaggero non convenzionale”. Amo portare piccoli spunti, riflessioni che possano aiutare chi guarda a vedere il mondo da un punto di vista diverso. Credo nella libertà di espressione, nell’accoglienza e nel rispetto delle idee altrui, anche quando non si condividono. Il mio mondo è alternativo, lontano dalle convenzioni sociali e dalle regole accettate senza senso.
Dirigo la Dark Moon Theatre Company, una compagnia dark che produce spettacoli horror, grotteschi o in generale legati al linguaggio dark, non per spaventare, ma per raccontare e trasmettere messaggi attraverso una forma teatrale non convenzionale. Come nella Gestalt, anche nella vita esiste una parte nascosta della luna che, pur invisibile, è essenziale per la sua interezza: il bene non potrebbe esistere senza il male.
Quali sono i prossimi progetti?
Oltre a “La mia brutta abitudine”, i prossimi progetti sono ancora avvolti nel mistero. Spero di continuare a collaborare con Antonio, perché nonostante la mia formazione dark, vengo da un percorso di teatro sperimentale, teatroterapia e commedia dell’arte, e non mi precludo nessuna sfida o forma teatrale senza averla provata.
Per ora vivo il presente, consapevole che la vita mi metterà sempre di fronte a nuovi legami, nuove persone e nuovi artisti, tutte radici di un grande albero che sto aiutando a far crescere: l’albero dell’arte.
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