Andrea Jelardi, viaggio nella storia del nudo
“Come cambia la percezione sociale del corpo”

Abbiamo intervistato il giornalista e scrittore Andrea Jelardi, che nel 2017 sposò una causa importante, accettando di posare completamente nudo davanti all’obiettivo di Carmine Miceli per un libro fotografico di Antonio Mocciola, “Addosso”, utile a rompere la cortina omofobica che circondava la discussione parlamentare attorno alle unioni civili. L’occasione é ghiotta per parlare anche del momento storico che stiamo vivendo a distanza di 8 anni da quel lavoro, e di cosa sta facendo adesso il “modello per un giorno”.

Come racconteresti a chi non ti conosce il tuo percorso artistico di scrittore e giornalista?

Il mio è stato senza dubbio un percorso del tutto involontario, tant’è che ho intitolato “Giornalista per caso” l’autobiografia pubblicata nel 2024 per i cinquant’anni di età e trenta di giornalismo. Avevo mio padre direttore di banca e quindi un lavoro “quasi” assicurato benché abbia sempre detestato le raccomandazioni; invece all’epoca preferii assecondare le mie passioni e laurearmi in Conservazione dei Beni Culturali (avrei scelto Architettura se non avessi un pessimo rapporto con la matematica), ma già molto prima, nel 1994 iniziai a scrivere su un giornale di Benevento dopo averne conosciuto – appunto per puro caso – il direttore che fu il mio maestro, insegnandomi prima d’ogni altra cosa a raccontare i fatti e ad analizzarli senza far prevalere un punto di vista univoco e men che mai il mio.

Ogni interpretazione, infatti, solitamente finisce per nascondere la verità e questo svilirebbe il giornalismo trasformandolo da professione a mestiere. Fu sempre lui che poi, essendo anche editore, pubblicò la mia tesi di laurea sull’urbanistica beneventana: il primo dei miei oltre trenta libri.

Da lì in poi ho sempre proposto le mie opere a vari editori, semplicemente scrivendo una lettera, ed è andata bene, forse perché ogni libro è nato anzitutto da una mia passione personale, senza condizionamenti.

Sei fortemente radicato al territorio, Napoli? A che punto è la situazione in città dal punto di vista culturale? Essere napoletani é una marcia in più per questo mestiere?

Napoli, si sa, è una città non facile, ma le sue contraddizioni e le sue libertà (spesso confuse con indisciplina e illegalità) la rendono unica e in sostanza sono una risorsa. Ogni cosa che accade a Napoli, sosteneva Luciano De Crescenzo, finisce infatti quasi sempre all’attenzione nazionale e internazionale come se la città stessa fosse un potentissimo amplificatore. È un dato storico che del resto spiega perché la cucina, la canzone e la lingua napoletana sono le uniche ad essere conosciute in tutto il mondo.

La cultura, a Napoli, vanta del resto una tradizione plurisecolare, ininterrottamente poliedrica, aperta a influssi d’ogni genere. Per questo è viva, nonostante tutto. Forse anche perché conserva intatta quella vocazione insita di autonomia, tolleranza e libertà che ha reso possibile, ad esempio, la nascita e l’affermazione di molte correnti d’avanguardia.

Altra particolarità è a mio parere l’insolita circostanza che la cultura napoletana è tutt’altro che accademica e coinvolge, seppure in forme e manifestazioni diversissime, tutte le fasce sociali della popolazione: è appunto per questo che i più grandi attori, scrittori e musicisti partenopei molto raramente provengono da scuole, università e accademie, ma quasi sempre dalla “strada” e incarnano la vita vera.

Essere napoletani, in tal senso, può rappresentare una marcia in più grazie all’opportunità di muoversi in un contesto attivo e stimolante, ma credo che al di là di tutto abbia un ruolo fondamentale l’indole partenopea in cui si fondono passione, genio, sentimento, inventiva e – in questi tempi non secondariamente – poca attenzione agli aspetti economici che in altre realtà rappresentano invece il punto di partenza.

Cito ancora una volta, come esempio, Luciano De Crescenzo a cui ho dedicato la prima biografia edita da Mondadori: solo un napoletano doc, infatti, avrebbe potuto lasciare di punto in bianco un posto redditizio da ingegnere dirigente dell’Ibm semplicemente per assecondare una passione e fare lo scrittore, il regista, l’attore e, non a caso, il filosofo.

C’è qualcosa del tuo percorso professionale che non rifaresti mai? E qualcosa che invece è stata, secondo te, poco compresa?

Molto probabilmente non ripeterei la pur importante esperienza didattica all’università durata dal 1998 al 2013. L’ambiente accademico italiano, purtroppo, è notoriamente e completamente soggetto alle decisioni di potentissime caste che arrivano persino a determinare i vincitori di cattedre e dottorati prima ancora che vengano banditi, logicamente senza meriti di alcun tipo. A questa già deleteria consuetudine si sono poi aggiunte anche le interferenze politiche con risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Alcune università italiane hanno avuto, proprio per questo, rettori con curricula decisamente imbarazzanti, e così pure il corpo docenti che oggi – fatta salva qualche rara eccezione e scomparsi i grandi professori del passato – non ha i presupposti per formare i giovani e men che mai per incoraggiare i talenti. Ho lasciato l’università appunto per questo, in linea generale, ma in particolare per non “obbedire” alle direttive dall’alto finalizzate a favorire una mia collega ben raccomandata che, peraltro, in oltre un anno di attività, non avevo letteralmente mai visto in aula o a una seduta d’esame.

Forse questa è pure la conseguenza della inarrestabile mercificazione della cultura, che ormai non mira ad elevare e a educare, ma si limita a soddisfare le esigenze di “mercato”.  E questa considerazione si riallaccia alla seconda domanda su cosa, nella mia attività, sia stata poco compresa. Molti anni fa, nel 2009, scrissi una biografia su Enrico De Nicola, primo presidente della Repubblica Italiana e a cui, a cinquant’anni dalla morte, stranamente nessuno aveva mai dedicato un libro. Considerata la rilevanza del personaggio, inviai il manoscritto a una casa editrice altrettanto prestigiosa da cui arrivò però una risposta tanto inattesa quanto incredibile.

Una responsabile, infatti, mi informò che il saggio era stato apprezzato, ma candidamente aggiunse che il lettore italiano non ama sentire parlar bene, e dunque lo avrebbero pubblicato solo se lo avessi corredato di notizie atte a mettere in cattiva luce il protagonista: per assicurare le vendite sarebbe quindi bastato uno scandalo, un illecito o almeno qualcosa di sconveniente sulla sua vita privata. Cosa che non fu possibile perché, come tutti sanno, De Nicola è passato alla storia proprio per la sua onestà, il suo senso del dovere e dello Stato, e il suo rigore assoluto.

Il libro poi lo pubblicai con un editore napoletano, venne adottato come testo all’università di Bologna e, nel 2024, ha avuto una seconda edizione. Ma in sostanza la referente della casa editrice non aveva tutti i torti se, a oltre quindici anni di distanza, nessun altro ha colmato questa lacuna e la mia biografia su De Nicola resta unica. Una soddisfazione personale senza dubbio, ma anche un’amara verità sul modesto livello della cultura nazionale.

La nostra associazione si occupa di naturismo, anche declinata in campo artistico. Hai posato nudo per un libro sull’omofobia, “Addosso”, in un periodo di forti contrasti per l’approvazione della Legge Cirinnà. Una foto peraltro estremamente impattante. Com’è stata l’esperienza? Hai provato imbarazzo? Che rapporto hai col tuo corpo?

Quando Antonio Mocciola, autore di “Addosso” e mio caro amico, mi propose di posare per il suo libro accettai senza nessuna esitazione e soprattutto senza alcun imbarazzo perché, da sempre, ho avuto col mio corpo un rapporto assolutamente “sereno” sia nel mostrarlo e sia, in senso più ampio, nell’accettazione dei difetti e soprattutto del tempo che passa: un fattore, quest’ultimo, con cui inevitabilmente prima o poi bisogna fare i conti ma che molto spesso, quando si vuole contrastarlo, porta inevitabilmente a risultati sostanzialmente patetici se non addirittura ridicoli. Anche questo è però specchio di scarsa cultura e ancor prima di dipendenza indotta dalle mode e dalle esigenze della massa, uniformata solo a certi parametri.

Il nudo peraltro non dovrebbe essere un tabù, bensì un mezzo di libera espressione del linguaggio del corpo nella sua manifestazione più completa e naturale, benché i tempi controversi in cui viviamo ci impongano ancora di utilizzarlo come tramite per suscitare attenzione su tematiche importanti, così come proprio “Addosso” dimostra. Il libro, infatti, nacque nell’ambito di un dibattito nazionale particolarmente acceso e animato da forti contrasti quasi inconciliabili, e dunque il fatto che su ogni corpo nudo fotografato fossero scritte frasi omofobiche quasi tutte di pubblico dominio, evidenziava chiaramente che la questione non poteva limitarsi al piano giuridico e politico, in quanto rivelava i disagi intimi di un problema sociale e il peso di un sentire comune carico di pregiudizi e disattenzioni.

Gli autori di quelle frasi pesanti, discriminatorie e offensive erano peraltro personalità di un certo spessore e fu perciò un’efficace idea quella di riportarle sui corpi – nudi, e dunque simbolicamente liberi – di autori, artisti e professionisti intellettualmente impegnati e in massima parte giovani.

Il nudo, in quel caso, affidò all’arte della fotografia una missione civile e servì a veicolare, in maniera (purtroppo) dirompente, un messaggio chiaro e giusto ma che, altrimenti, ad esempio su modelli “vestiti”, non avrebbe colto nel segno. Dico “purtroppo” perché talvolta – mancando una predisposizione al ragionamento e all’analisi – si è ancora “costretti” a innescarli in maniera che un’immagine, considerata inusuale, susciti l’interesse e induca a “leggerne” il contenuto.

L’arte ha utilizzato per secoli questo mezzo, ma lo ha fatto in epoche in cui certe divergenze erano decisamente molto più nette rispetto ad oggi quando certe limitazioni invece dovrebbero non esistere. Speriamo dunque arrivi presto il momento il cui il nudo, come lo è nell’accezione del naturismo, torni ad essere ovunque e soltanto manifestazione e sinonimo di armonia con noi stessi e con gli altri.

 

Pensi che in Italia, ancora oggi, ci sia un problema di accettazione del nudo, specie maschile? 

Più che di accettazione penso di tratti di una questione di interpretazione che però nel corso dei secoli ha conosciuto fasi alterne, spesso diametralmente opposte, e non sempre per i retaggi cattolici di solito troppo semplicisticamente chiamati in causa, quanto piuttosto per condizionamenti socioculturali fuorvianti, strumentalizzati e ben più radicati.

L’Italia sotto questo punto di vista è difatti uno strano paese, poiché – sebbene già in epoche remote quanto controverse il nudo femminile e maschile nella storia dell’arte avesse sfidato e infranto i più rigidi dogmi della morale – da tali presupposti è poi mancata inspiegabilmente una progressiva evoluzione e anzi, persino nell’arco dell’ultimo secolo, alcuni significativi e modernissimi progressi sono stati cancellati da irragionevoli e retrograde involuzioni: per dare idea di questo paradosso basterà ricordare che se nel lontano 1925 Paola Borboni diede scandalo esibendosi in teatro a seno nudo facendo intravedere una decisiva svolta, tra gli anni Sessanta e Settanta si invocava invece ancora la censura televisiva per le gambe delle gemelle Kessler e l’ombelico della Carrà.

Oggi la situazione non è affatto diversa: Il nudo è rimasto inevitabilmente legato alla trasgressione e, se in quanto tale rappresenta un elemento attrattivo proprio perché “immorale”, al tempo stesso è vincolato inevitabilmente a diversi parametri di giudizio indotti dalla morale comune.

Strumentalizzato fino ai giorni nostri dal cinema, dai giornali, dalla pubblicità e persino da certa politica che volentieri sposta il confronto dal Parlamento alla camera da letto degli avversari, il nudo si riduce così ad essere manifestazione di un reiterato e altalenante esibizionismo mai fine a sé stesso: alcune volte è pietra dello scandalo, e altre banale stereotipo, ma in entrambi i casi sempre più privo di effetti, ormai tutt’altro che moderno e dirompente, e dunque soltanto mortificante.

Una corretta interpretazione imporrebbe quindi anzitutto il distacco dalla costante attenzione morbosa alla sessualità, non solo per quanto riguarda il corpo delle donne, ma anche per quello degli uomini che – in tempi in cui l’omosessualità continua ad essere un tema scomodo e argomento di discussione, analisi e valutazione critica – finisce con l’essere correlato a questo aspetto cadendo analogamente nella rete della mercificazione e del pregiudizio.

L’accettazione, insomma, può nascere solo da una corretta interpretazione. Forse sarebbe allora il caso di concepire finalmente il nudo quale simbolo assoluto di libertà. Una libertà che deve spogliarsi una volta per tutte dai condizionamenti e dalla quale – ma per ben altre vie – potranno davvero nascerne tante altre.

Sam Valenti

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