Ai nastri di partenza della stagione teatrale 2026-27, riprendono i nostri incontri “a cuore scalzo” con gli interpreti più promettenti della scena nazionale, con la giovanissima Connie Amirante, in scena assieme a Nico D’Agostino in San Satana, allo Studio Z.e.n. Art Hub il 21 novembre per la rassegna “Martyria”
“San Satana” affronta la figura di un papa poco conosciuto, Gregorio VII. Di cosa si tratta?
“San Satana” non si limita a descrivere quella che è stata la vita di Gregorio VII, ma si apre a molteplici sfaccettature. “San Satana” vuole spogliare dei suoi titoli e mostrarci la persona che si nasconde dietro la tunica, mettendola continuamente alla prova. La cosa che trovo interessante è proprio questo continuo contrasto tra l’uomo e ciò che rappresenta. All’inizio vediamo Gregorio come il Papa, il Vicario di Cristo, una figura quasi intoccabile, mentre Sabina cerca continuamente di abbattere quella distanza e di costringerlo a confrontarsi con la propria umanità. La tunica e tutti i simboli del potere diventano quasi una maschera. Quando quella maschera viene tolta, emergono la paura, la solitudine, i traumi e le contraddizioni di un uomo che ha costruito la propria vita intorno alla fede e al potere. Ed è proprio lì che, secondo me, inizia veramente lo spettacolo. Anche Sabina, in fondo, non è soltanto la sua antagonista: è una persona che porta sulla propria pelle le conseguenze delle decisioni di Gregorio. Il loro incontro diventa quindi uno scontro tra due persone profondamente ferite, che hanno reagito al dolore in maniera completamente diversa.
E’ stato difficile approcciarti al tuo personaggio?
Assolutamente sì. Sabina è un personaggio assai controverso: ha tantissimi nodi da cogliere e sfumature particolari. Il suo comportamento, in realtà, è giustificato, ma i motivi che lo muovono raramente vengono espressi ad alta voce. È giovane, è ferita, e questo la rende ancora più enigmatica. La sua rabbia nasce da qualcosa di molto concreto: le decisioni di Gregorio hanno distrutto la sua famiglia. Suo padre, sacerdote, viene emarginato, fino ad arrivare al suicidio; sua madre è costretta a prostituirsi per riuscire a sopravvivere e Sabina rimane senza una vera prospettiva per il futuro. Quindi per me era importante non interpretare semplicemente una ragazza arrabbiata o vendicativa. Sabina usa la rabbia come una forma di difesa, ma sotto quella rabbia c’è una ragazza che ha perso tutto. Quello che più mi avvicina a Sabina è l’età, per il resto, non saprei cogliere una sfumatura che mi rappresenti pienamente. Forse è proprio questa distanza che mi ha permesso di lavorarci: ho dovuto cercare di comprendere una persona molto diversa da me, senza giudicarla.
In questi tempi di oscurantismo e di nuove fobie religiose, il teatro è ancora un’isola felice per parlare di certe tematiche?
Il tuo percorso di attrice com’è nato? Quali sono i prossimi progetti e le aspettative che nutri sulla tua carriera?
C’è qualcuno a cui devi dire grazie?
Devo dire grazie a chi mi ha sempre spinta a iniziare questo percorso senza paura, nonostante la paura fosse tanta; a chi, come i miei maestri, mi ha dato la possibilità di accedere a questo mondo, regalandomi tutto il proprio sapere e apprezzandomi per quella che sono. Alla mia famiglia e ai miei amici, per il supporto continuo. Ma la mia gratitudine parte anche da dentro, perché il teatro ogni giorno mi sta dando la forza di superare le paure più grandi che mi porto dentro. Mi sta insegnando che anche ciò che ci fa paura può diventare qualcosa da attraversare, da comprendere e, magari, da trasformare.
Alessia Coppola

