
Classe 1980, Luca Mori da Civitavecchia (Roma) è un caleidoscopio di creatività, seguendo traiettorie insolite, discese ardite e risalite, senza mai però perdere il bandolo della propria missione: cercare il benessere, a costo di dolorose rinunce. Lo incontriamo nel suo regno nuorese, una grande sala di piante, quadri, libri e ricordi, tra opere work in progress ed altre in attesa di cambiare casa. Non è incline al sorriso facile, Luca Mori, e non si lascia troppo svelare. Ma quel che rivela emana lampi, e lo stiamo a sentire, incuriositi.
Hai avuto molte vite professionali, prima di approdare alla pittura sei stato per anni attore. Cosa ricordi di quel periodo?
È difficile riassumere ricordi che attraversano 12 anni della propria vita, le cose che ricordiamo sono quelle che nel bene o nel male ci hanno traumatizzato. Tra i ricordi più belli ho l’immagine di me nel periodo delle prove di Hello Dolly della compagnia della Rancia che ripasso coreografie di tip tap nella metropolitana. Mi ricordo il giorno in cui Pietro Garinei e Nicola Piovani mi hanno comunicato di avermi scelto per il ruolo del Dio Pan nei Figli della Lupa. Tra le emozioni più grandi c’è stata quella di partecipare all’unica messa in scena italiana del musical di Bernstein, Mass, in Sala Nervi in Vaticano davanti a 6000 persone. Per quanto sia stato stancante e stressante quel periodo non posso non inserire tra i bei ricordi l’esperienza come aiuto regista di Gigi Proietti. I ricordi negativi si riassumono nella difficoltà di trovare rapporti interpersonali genuini, affidabili, sinceri tra colleghi e addetti ai lavori, e nella sensazione di impossibilità di dare soddisfazione alle ambizioni che aumentavano ogni volta che si raggiungeva un obiettivo.
Quali sono le fonti di ispirazione per le tue opere?
La mia pittura rappresenta prevalentemente immagini di vita quotidiana, omaggi a personalità del mondo dell’arte, del cinema della letteratura, nudo maschile, ritratti, e reinterpretazioni di personaggi storici o mitici.
Hai aperto un centro in cui ti occupi di benessere in senso lato? Ce ne parli?
Quando ho deciso di lasciare il teatro mi sono trasferito in Sardegna, inizialmente il richiamo della foresta lo percepivo come un desiderio di ritorno alla natura, col tempo mi sono reso conto di avere bisogno di un percorso di crescita personale e questo percorso mi ha portato dopo qualche anno a partire in India per diventare maestro di yoga. Una volta tornato ho aperto uno studio a Nuoro e ho affiancato al lavoro dell’insegnamento quello di massaggiatore sportivo e olistico.
Se penso ai fruitori dei miei mestieri, sono passato dal far stare bene le persone attraverso l’intrattenimento, a dedicarmi a loro in maniera più profonda con lo yoga e i massaggi.
Com’è stato l’impatto con una realtà certo molto remota come quella nuorese? Cosa ti ha portato a trasferirti lì?
Inizialmente mi sono trasferito in una piccola frazione sul mare, Cala Gonone in cui lavoravo come guida escursionista. Sono rimasto da subito affascinato dai rapporti genuini che riuscivo a instaurare in Sardegna. Per me vivere in un paese in cui non esisteva un semaforo e non dovevo fare la fila alle poste era impagabile. Sono sempre stato insofferente nel percepire la perdita di tempo, come fosse una privazione della mia libertà. Vivere in un posto piccolo circondato dalla natura mi permette una vita più tranquilla e sana. Quando sono tornato dall’India ho provato a proporre le mie lezioni a Sassari Oristano e Nuoro. Nuoro è stata la città che ha risposto meglio e con più continuità. Si è ripetuta la stessa dinamica vissuta durante il mio primo inverno in Sardegna in cui, non potendo lavorare come guida escursionista, avevo proposto dei corsi di recitazione per adulti nelle tre province e soltanto Nuoro aveva risposto in maniera stabile e durevole.
Quindi se proprio devo riassumertelo, la bassa densità demografica mi ha portato in Sardegna, il lavoro mi ha portato a Nuoro.
Quali altre prospettive intravedi per il tuo futuro?
Da un lato mi piace molto il cambiamento, dall’altro lato quando sviluppa un talento difficilmente lo abbandono, al massimo lo metto in standby. Sono sempre attratto dall’imparare nuove cose, ma poi ne approfondisco soltanto alcune e quelle rimangono parte di me per tutta la vita. Il teatro, l’escursionismo, lo yoga e il benessere, la scrittura, la pittura, saranno sempre parte di me. Dopo le esperienze di aiuto regista con Pino Quartullo, Tony Bertorelli e Gigi Proietti ho avuto un’esperienza di una mia regia per delle performance scritte da me. Da quel momento ho abbandonato completamente il teatro, ma se dovessi riaccostarmi alla messinscena, sicuramente non sarebbe più da interprete ma da regista.
Antonio Mocciola

