Al Teatro della Pergola di Firenze una mostra sulla storica bottega dei parruccai fiorentini organizzata da Monica Gallai in collaborazione con Gabriele e Gherardo Filistrucchi.

Zeffirelli Filistrucchi2 ph. Michele MonastaDiafane presenze, quasi fantasmi di un teatro lontano, tre figure alte più di due metri sembrano invitare lo spettatore che indugia nel foyer del teatro della Pergola a salire l’ampia gradinata che conduce alla Sala Oro. Sono abbigliate con vesti leggere che rievocano abiti di scena o da camerino degli inizi del Novecento e sembrano «immortalate nel momento che precede o segue lo spettacolo, momenti nei quali ci si muove dietro le quinte senza maschera e senza trucco». Le tre sculture, realizzate in papier mâché, gesso, carta velina e garza di cotone, sono un’istallazione site specific pensata dalla scenografa Elena Bianchini per celebrare i mestieri del teatro concepiti come mestieri artigianali.

Prosegue infatti il viaggio promosso dalla Fondazione della Pergola verso la riscoperta e l’apprendimento delle professioni legate al mondo dello spettacolo. Dopo l’esposizione dedicata all’arte della maschera e a uno dei suoi più abili costruttori, Giancarlo Santelli, l’attenzione si è spostata sull’attività di uno dei più grandi realizzatori di parrucche, Pietro Filistrucchi, e sul suo sodalizio con il regista Franco Zeffirelli.

Il progetto di questa seconda mostra è nato in seguito alla decisione, presa nel 2011, di restaurare l’archivio conservato nella storica bottega dei Filistrucchi, gravemente colpito da due alluvioni dell’Arno, quella del 1844 e la ben più nota del 1966. In quelle occasioni parte del materiale venne irrimediabilmente perduto e parte rimase in attesa di un suo puntuale recupero. Recupero che è stato finalmente possibile grazie all’intervento dell’Osservatorio dei Mestieri d’Arte promosso e finanziato dall’Ente Cassa di Risparmio di Firenze. Durante la prima fase di riordino, conclusasi pochi mesi fa, sono state fascicolate circa 800 unità, anche se restano ancora da catalogare numerose carte sciolte e migliaia di fotografie. La rivisitazione dell’archivio ha però dimostrato da subito l’enorme patrimonio ivi conservato e la sua imprescindibile valenza non solo come luogo di memoria familiare, ma anche come testimonianza di uno spaccato di vita d’arte fiorentina. Non solo. Recuperare questi materiali, inventariarli e renderli disponibili al pubblico e agli studiosi ha aperto inedite prospettive per la conoscenza della storia materiale dello spettacolo dal Settecento a oggi.

Non bisogna infatti dimenticare che la bottega dei Filistrucchi fu aperta a Firenze nel 1720, durante la reggenza del granduca Giangastone dei Medici, e da allora non ha mai smesso di realizzare parrucche di altissima qualità, tanto da essere richieste in tutto il mondo. Ben presto nella bottega prevalse la vocazione per i trucchi di scena, dando all’attività quell’impronta teatrale che tuttora conserva. Facile allora immaginare quanto siano vaste e interessanti le memorie accumulate in quasi trecento anni, ma i curatori della mostra hanno opportunamente deciso di focalizzare l’attenzione su uno solo dei membri della famiglia Filistrucchi, Pietro, e sul suo sodalizio con Franco Zeffirelli. Una scelta lodevole, che  ha consentito di evitare antieconomiche dispersioni. Al contrario, l’accurata selezione di un centinaio di documenti originali e inediti permette di meglio comprendere come venissero concretizzate, attraverso il fitto scambio epistolare con i committenti, le idee fissate in un figurino, lo studio e la realizzazione dell’iconografia del personaggio.

Il percorso è stato suddiviso in cinque sezioni cronologiche che vanno dai primi del Novecento alla metà degli anni Ottanta. In apertura si ricostruisce il contesto teatrale in cui operarono “Giovani talenti del primo Novecento Fiorentino (1939-1949)”. Un ruolo in primo piano spetta senza dubbio all’eccezionalità degli allestimenti del Maggio Musicale, ricordati attraverso i figurini di Maria De Matteis per il “Troilo e Cressida” di Shakespeare con regia di Luchino Visconti e scene di Franco Zeffirelli (1949). Ma anche il Teatrino di Via Laura che dal dopoguerra fino al 1959 fu sede del Centro Universitario teatrale. Qua mossero i loro primi passi giovani talenti come Alfredo Bianchini, Franco Zeffirelli, Paolo Poli, Giorgio Albertazzi. La seconda sezione è dedicata all’“Inizio di una proficua collaborazione (1950-1959)”, quella che da il titolo alla mostra, tra Franco Zeffirelli e la bottega dei Filistrucchi. Nel fitto carteggio si vede come le acconciatore prendono forma, mentre l’amicizia e la fiducia si consolida. Gli anni Cinquanta sono segnati anche da “Una comune amicizia (1951-1963)”, quella con Maria Callas, rievocata tramite foto, lettere autografe, figurini disegnati appositamente per lei. Esposte anche le parrucche e gli abiti originali indossati per “Medea”. La quarta tappa illustra le “Grandi opere (1960-1984)”: “Don Giovanni”, “Alcina”, “Euridice”, “La Lupa”, “Traviata” ricostruite attraverso inediti documenti, non solo autografi di Zeffirelli, ma anche dei suoi più fedeli collaboratori: Anna Anni e Piero Tosi. Infine, “Dall’album dei ricordi (1911-2002)” le fotografie di Pietro Filistrucchi, dei suoi familiari e dei assistenti rappresentati in particolari momenti lavorativi.

Arricchisce la mostra il catalogo edito da Edizioni Polistampa.

Lorena Vallieri