UNALAMPA-Roberto-Azzurro-e-Fabio-Brescia

Se c’è un genere letterario-artistico che a Napoli non passerà mai di moda è l’invettiva. Tutti contro tutti, in un gioco al massacro che lascia, gattopardescamente, tutto fermo com’è. Lo sa bene Roberto Azzurro, che nel suo “Unalampa” sputa parole di fuoco, di amore ferito e tradito, verso la propria città-Medea. Esempi di follia collettiva, e sempre autoassolutoria, di una città avvitata su sé stessa, pronta a baciare le sue stesse catene e a lagnarsene come in un penoso mantra, senza abbandonare mai la propria tavola, imbandita sempre alla faccia della crisi. Dopo i successi in altre sedi, Azzurro porta il suo spettacolo al Teatro Sannazaro, coinvolgendo nell’avventura Fabio Brescia, e costituendo così una nuova, e sorprendente, coppia artistica. Brescia, sempre inappuntabile in tutte le sue corde (a torto la gente ne conosce solo alcune), sposa la causa con furente adesione, soffiando note grottesche su un testo già di per sé apparentemente iperbolico, e invece di stretta cronaca. L’intelligenza dell’operazione di Azzurro sta nel dissociarsi completamente dai vizi napoletani che si stigmatizzano, con una dolorosa indignazione che non strizza mai l’occhio al “volemose bene” (orrendo viziaccio della commedia napoletan-romana) ma nello stesso tempo affondando sé stesso, moderno Sansone, assieme a tutti i Filistei, in un cupio dissolvi persino commovente, specie nell’immagine finale, di una Napoli vista dall’altro del “Jolly Hotel” (emblema del sacco urbanistico della città), mentre brucia e si accartoccia su sé stessa. E mentre piovono citazioni, da Patroni Griffi a Delia Morea, e canzoni demistificanti, l’invettiva va, e la coppia Azzurro-Brescia funziona come un metronomo. Poi, accade che qualcuno si accorge che il Teatro non aveva rinnovato da luglio i certificati di agibilità, e le ultime due repliche vanno a ramengo. Forse non è un caso, o forse si. In entrambi i casi c’è poco da stare allegri, per rimanere in tema. Questa Napoli che non si ama continua, imperterrita, a farsi del male. La malattia incurabile di questa ex-Capitale è soprattutto una desolante, irrimedibile, definitiva Abulìa.

Antonio Mocciola