Quali libertà è lecito prendersi con Carlo Goldoni?

I classici non sono intoccabili: e abbiamo visto tanti (forse anche troppi) Riccardo III in divisa nazista; gli archetipi della tragedia greca trascendono, di per se stessi, il momento storico in cui sono nati: persino Čechov si può ambientare in Brianza, senza che perda di senso.

Ma, con Goldoni, la situazione è più delicata: è intriso delle dinamiche sociali, dei valori etici del suo tempo, pur con geniali precognizioni e, se non si trova una ragion sufficiente – e intelligente – per un intervento drammaturgico radicale, è meglio lasciarlo com’è, e dov’è. Ricordo, peraltro, un’ardita Locandiera messa in scena da Quelli di Grock dove Mirandolina era interpretata da un mimo, e la scelta aveva una sua logica teatrale comprensibile e godibile.

Meno condivisibile, invece, l’operazione drammaturgica di Stefano Sabelli, che sposta l’azione negli anni Cinquanta, nella Bassa padana, ove quei nobilotti, decaduti o nouveau riche, non ci stanno proprio, con una serie di interventi quantomeno discutibili. Che ci azzeccano (direbbe qualcuno) tutte quelle canzoni d’antan che punteggiano l’azione, quasi a creare un pasticciato musical? Lo stocco senza lama del Marchese di Forlimpopoli, non può diventare un improbabile pugnale spuntato, tenuto in tasca dai suddetti nobilotti, alla moda di guappi napoletani; i modi da gay del servitore del Cavaliere di Ripafratta, che buttano un’ombra di omosessualità anche sulla di lui misoginia, servono solo a suscitare qualche risatina in un pubblico di bocca buona, così come i reiterati capitomboli dalle sedie e dai letti.

Quanto alla scenografia, la casa rotante sembra sostanzialmente funzionale ai giochi di porte aperte e chiuse alla Feydeau (con cui Goldoni non ha, però, granché in comune). E certe tentazioni di realismo arboreo e palustre, dopo gli strabilianti ciliegi in fiore čechoviani di Visconti (ma eravamo negli anni Sessanta), sono difficilmente proponibili a teatro.

Allora, è proprio tutto da buttare? No, perché c’è Silvia Gallerano, che mette la sua figura accattivante e il suo talento teatrale al servizio di uno dei più affascinanti ruoli del teatro di tutti i tempi: appunto Mirandolina. Senza bisogno di forzature testuali, riesce a restituire a tutto tondo la simpatica ambiguità del personaggio; ma anche, in una battura da iscrivere nei manuali di teatro, sa rendere, l’unico suo momento di sincerità e di indifesa commozione della seduttiva locandiera: il brindisi all’amore insegnatole da sua madre.

Quanto al resto del cast, convince il Cavaliere di Claudio Botossi; meno gli altri, spesso ingessati in ruoli, non solo patetici o comici (come li aveva concepiti il grande Carletto), ma caricaturali. Da citare, infine, Angelo Miele, impegnato con la sua fisarmonica a rincorrere i tempi e le incertezze di intonazione degli attori canterini.

Claudio Facchinelli

 

La Locandiera o l’arte per Vincere

di Carlo Goldoni; adattamento e regia di Stefano Sabelli; con Silvia Gallerano, Claudio Botosso, Giorgio Careccia, Gianantonio Martinoni, Chiara Cavalieri, Eva Sabelli, Diego Florio, Giulio Maroncelli, Angelo Miele; scene di Lara Carissimi e Michelangelo Tomaro; costumi di Martina Eschini

 

Visto al Tieffe Menotti di Milano l’11 novembre 2017