Un_posto_al_sole,_logoIl 21 ottobre del 1996 su Rai 3 la prima puntata e il 16 maggio di quest’anno la numero 4.000. In 18 anni di messa in onda quotidiana, la soap ambientata a Napoli mantiene costante la sua popolarità. Il consolidato successo è dovuto, oltre che alle caratteristiche degli attori, alle indiscusse capacità degli autori che sanno intrecciare i temi classici dei prodotti seriali con il sapore della vita quotidiana nella realtà partenopea, condita da spunti di attualità e tematiche sociali.

Paolo Terracciano

Paolo Terracciano

Paolo Terracciano è l’Head writer, il capo degli scrittori, il depositario dell’unità narrativa e stilistica dell’intera serie. Con lui ci introduciamo nel complesso meccanismo che consente a milioni di italiani di seguire giorno dopo giorno, le vicende che si svolgono intorno a Palazzo Palladini.

 

Paolo, cominciamo dall’inizio. E’ stato scelto prima il soggetto e poi l’ambientazione o, una volta individuata la location, si è costruita la storia?

La città è stata scelta in partenza perché in quel preciso momento storico si voleva realizzare qualcosa nel centro Rai di Napoli. Si è cominciato a lavorare con la Fremantle, che all’epoca si chiamava Grundy Production, quindi un gruppo straniero, e con Wayne Doyle che è stato il creatore del format liberamente ispirato ad una serie australiana dal titolo Neighbours. In quel caso i protagonisti erano vicini di strada, nell’adattamento di Un posto al sole, invece, abitano a Palazzo Palladini. Questa la premessa grazie a cui Wayne ha formato tutti noi, un gruppo di autori italiani. Lui faceva questo lavoro da tanti anni, mentre in Italia ancora non esisteva il genere “soap”. Un posto al sole è stata la prima, sia da un punto di vista narrativo, che produttivo, cioè nell’organizzazione del lavoro, perché questa è una macchina industriale.

 

E’ il prototipo seriale italiano?

Sì, come ti dicevo siamo partiti da un format produttivo non americano, ma australiano, con molti esterni ed un più ampio cast. Non ci sono solo i protagonisti, ma c’è la possibilità di avere personaggi presenti per un periodo di tempo limitato e che servono, di sponda ai protagonisti fissi, a raccontare una storia. Alle volte queste figure escono con la fine della vicenda, altre, se sono particolarmente riuscite anche per quel che riguarda la scelta degli attori, rimangono per un periodo più lungo o diventano protagonisti successivamente. Questo aiuta molto il realismo e la ricchezza narrativa.

 

Le qualità dell’attore quanto influiscono sulle caratteristiche dei personaggi?

I casting iniziali furono fatti in maniera accurata su quelle che erano le caratteristiche dei personaggi contenute nella “bibbia”, il documento progettuale che raccoglie l’identità del prodotto, frutto di un lungo lavoro condiviso con la Rai. Oggi quando c’è un personaggio nuovo, noi scrittori diamo all’ufficio casting una scheda che descrive le caratteristiche del personaggio. Quindi, essendo molto in anticipo sule riprese, per diverse settimane scriviamo al buio, senza aver ancora visto come sarà il personaggio nella realtà. Può capitare quindi a volte che il personaggio subisca un piccolo aggiustamento dopo la scelta dell’attore, o che, nel tempo, si crei una sinergia tra autori e attori.

 

Qual è il meccanismo produttivo di una produzione come questa?

Sicuramente è un lavoro di squadra. Bisogna saper cogliere dove puoi avere il meglio. Se io autore non tengo conto degli ingredienti che ho rischio di fare una fatica inutile e di essere poco produttivo.

Tocchiamo più generi, come la commedia, il thriller, il dramma, il romance… I personaggi possono partire in un modo e trasformarsi nel corso degli anni. Per esempio Roberto Ferri inizialmente era cattivissimo. Negli anni abbiamo visto che Riccardo Polizzy Carbonelli è un attore bravissimo anche a fare tante altre cose, come per esempio la commedia, e quindi ogni tanto abbiamo colto questa possibilità. C’è stato un bel ping pong tra noi e lui. La stessa cosa con Nina Soldano e tanti altri.

 

Come è composta la writers’ room? da chi parte l’idea e quali sono i passaggi successivi.

L’idea parte da me insieme al mio gruppo specializzato nell’ideazione delle trame, ma sono io a mantenere la continuità di tutto. Gli altri scrittori, quelli che si occupano delle storie, hanno un ruolo più specifico sullo sviluppo della trama e del trattamento della puntata. Ci sono gli story editor, che sviluppano e supervisionano il soggetto narrativo che viene ideato, e gli story liner, che lo scrivono materialmente nel trattamento. Questo documento viene poi mandato ai dialoghisti che fanno lo script finale, cioè la sceneggiatura. Noi ci riuniamo il lunedì, e per tutta la settimana si lavora sull’ideazione delle trame di un blocco di 5 puntate insieme allo story editor e alcuni story liner. Gli altri autori, a volte sono a stretto contatto con me nell’ideazione, altre volte, essendo una catena di montaggio, sono occupati nella scrittura. Per esempio, mentre alcuni di loro stanno sviluppando le trame che noi abbiamo abbozzato la settimana precedente, io sono già sull’ideazione delle trame successive.

 

Da quante persone è composta la squadra?

18 anni

Il sindaco di Napoli De Magistris festeggia con il cast i 18 anni di “Un posto al sole”

Siamo un gruppo di 8/9 persone che si occupano di storie ( Sara Rescigno, Guglielmo Finazzer, Athos Zontini, Dario Carraturo, Andrea Vinti, Brunella Voto, Cristiano Rocco, Benedetta Gargano, Kirsi Viglione). Poi ci sono 2 script editor, Mario Donadio e Gabriella Mangia e un head script editor che è Rosanna La Monica, oltre ad un gruppo di dialoghisti free lance sparsi in tutt’Italia. Ne lavorano 5 a settimana e si alternano. Sono tantissimi. Nel momento in cui il dialoghista ha finito lo script, Mario e Gabriella supervisionano le puntate, cioè si occupano di dare uniformità di linguaggio, evidenziare una eventuale discontinuità, anche se questo non dovrebbe capitare perché c’è un trattamento già molto dettagliato. Là dove c’è da fare un intervento qualitativo, quindi, migliorare il ritmo, aggiungere delle battute, mettono la loro creatività a disposizione del prodotto. Tieni conto che ci sono alcuni free lance che lavorano costantemente con noi e sono bravissimi , ma ce ne sono altri che magari non lo fanno con quella continuità, o sono alla prima esperienza e quindi c’è bisogno di qualche correttivo. Infine c’è Rosanna, che fa un’ulteriore supervisione, e fa la riunione di produzione in cui il regista e il produttore creativo possono chiedere dei cambiamenti. Per finire, Rosanna si occupa anche di eventuali emergenze, cioè se c’è da fare un cambiamento perché piove e la scena va riscritta, se c’è un cambio di ambienti, o un attore non c’è perché ha un problema, insomma tutte quelle che sono le emergenze che possono capitare. L’ultima figura del reparto è il ricercatore che ci aiuta a dare credibilità alle storie quando toccano tematiche mediche, legali,o comunque specialistiche. Gino Illiano ci fa da consulente consultando medici, avvocati… per non farci dire sciocchezze. Si toccano talmente tanti settori e con tanta rapidità che per forza abbiamo bisogno di qualcuno che ci dia un supporto.

 

Da cosa traete spunto per i soggetti?

Le fonti di ispirazione sono di tutti i tipi, da quello che succede alle vite di noi autori, a quello che capita intorno a noi; da una notizia di cronaca a un film o un’altra serie televisiva, da un romanzo a qualsiasi fonte di ispirazione, comprese negli anni le vite stesse dei protagonisti. E’ chiaro che nel momento in cui i personaggi hanno alle spalle tanta vita, diciamo raccontata, inevitabilmente tiriamo fuori dalle loro vite vissute degli spunti su cui costruire. Del passato non ci si libera, diventa in qualche caso una zavorra e in qualche caso una risorsa. Dovendo fare 5 puntate a settimana qualsiasi spunto è ben accetto. Anche qualcuno che passa e ci racconta una storia personale, capita che noi la rivisitiamo e la facciamo nostra.

 

Che importanza hanno i contatti con l’attualità?

Noi stiamo sempre molto attenti con questo aspetto. Recentemente abbiamo raccontato la storia con le baby squillo, poi c’è stato il processo Terra madre, cerchiamo sempre di inserire un collegamento con l’attualità. A volte siamo anche stati fortunati perché manco a farlo apposta una storia pensata mesi prima quando è andata in onda si è potuta accostare a qualche fatto di cronaca. Si creano queste strane coincidenze.

Quando ci sono dei momenti di crisi valutiamo se raccontarli così come sono, oppure dare anche un po’ di sollievo. Cerchiamo sempre di stare attenti a quello che sta succedendo.

 

C’è un legame tra budget e scelte narrative?

Un rapporto costante, perché noi sappiamo di essere in una macchina industriale. Ci sono delle regole ben precise e sappiamo che la nostra creatività va ben ponderata. Devo dire che questa è la sfida principale, quella di riuscire a raccontare le nostre storie in una maniera comunque il più possibile intrigante per il pubblico però all’interno di un recinto segnato. Ci sono dei momenti in cui abbiamo più risorse e possiamo inserire un maggior numero di esterni, ed altri un po’ più difficili in cui è necessario economizzare, concentrarsi magari sulla parte umana dei personaggi.

 

I dati d’ascolto costituiscono la vostra cartina tornasole, la scelta delle storie dipende anche da questi?

Non tanto perché noi come scrittura viaggiamo con parecchi mesi d’anticipo. Oggi sto scrivendo le puntate che andranno in onda tra 5 mesi, però è chiaro che sono una cosa che guardiamo tutti i giorni perché costituiscono il termometro del gradimento del pubblico. Non devono diventare un’ossessione perché c’è una parte creativa che deve potersi esprimere senza ansie. Secondo me la cosa importante è raccontare qualcosa. La peggiore è la paralisi, aver paura di prendere delle posizioni. Può non piacere una storia, ma tanto finisce, ne comincia un’altra e in qualche modo si riesce ad assorbire il colpo. Poi sai, se il pubblico manifesta un dissenso, anche quello vuol dire interesse, partecipazione.

 

Qual è il vostro target?

Per il canale in cui andiamo in onda e, dal terzo anno in poi anche per l’orario, le 20,30 circa, quindi un prime time, noi affrontiamo qualsiasi tipo di tematica, anche se con molta attenzione. Sappiamo che possono esserci anche dei bambini davanti alla televisione però questo non ci deve precludere la possibilità di raccontare le cose, anche brutte, che succedono nella collettività. Un piccolo specchio, anche involontario, della società lo siamo perché raccontiamo la quotidianità.

Se si prendessero alcune puntate a campione degli anni di Un posto al sole si avrebbe un piccolo spaccato dei cambiamenti della società. Dalle cose più banali, per esempio adesso ci sono i cellulari e prima c’erano tecniche narrative diverse, a quelle più profonde come i rapporti con tematiche sociali più o meno controverse che animano il dibattito dalla fine degli anni 90 fino ad oggi. Devo dire cicli e ricorsi, perché ci sono dei momenti di avanzamento, dei momenti di arretramento e così via.

 

Come biglietto da visita di Napoli pensi che sia rappresentativo?

Sì, diciamo che è un equilibrio tra il non essere la cartolina tipica di Napoli senza escludere le sue bellezze. La parte bella c’è nel palazzo Palladini, nel bel panorama, il mare il sole, nella parte artistica. Negli ultimi anni abbiamo stretto degli accordi con la Sovrintendenza, quindi continuamente ambientiamo scene nei nostri siti monumentali da far vedere. Nello stesso tempo, però, ci sono anche le storie difficili; c’è la camorra, la criminalità il problema della spazzatura, tutto è uno specchio dei tempi. Credo che questo sia anche un dovere che abbiamo verso la città. In occasione della mostra per i nostri 18 anni, tenutasi a fine maggio a Castel dell’Ovo, ci è stata consegnata dal sindaco De Magistris una targa di apprezzamento e ringraziamento per la promozione del patrimonio artistico e culturale della città.

 

Proseguirete su questa strada?

Il bilancio dei primi 18 anni è più che positivo. Non possiamo perdere la parte di identità fondante Un posto al sole.

 

Flora Cassella