I detenuti in scena con una riflessione sulla brama di potere per la regia di Elisa Taddei.

La scelta del testo e della tematica da affrontare ha un forte valore educativo e diventa anche una grande responsabilità per chi conduce i laboratori in contesti come il carcere. Ecco perché colpisce ancora di più la messinscena di “Ubu Re” di Alfred Jarry nel Teatro del Carcere di Sollicciano, dove i detenuti riescono a portare parte di sé nella performance con intelligente autoironia: attraverso i momenti metateatrali fanno un po’ i conti con loro stessi, le loro situazioni e il loro passato, affinché il teatro serva sempre a far riflettere sia chi lo fa che chi lo vede. Lo spettacolo in carcere spersonalizza il luogo, che da freddo e cupo diventa vita e arte, ma gli attori-detenuti ci ricordano continuamente dove siamo, con interventi che hanno anche la funzione di sdrammatizzare una condizione di reclusione che pesa sulla loro esistenza. Nato nel 2004, il progetto “Teatro a Sollicciano” produce ogni anno un nuovo spettacolo grazie alle energie di Elisa Taddei di Krill Teatro, la quale spiega che, dopo il successo di “Pinocchio#2” presentato per festeggiare i 10 anni del progetto, il lavoro sul teatro di figura è quasi naturalmente approdato all’“Ubu Re” di Jarry.

Un prologo cantato introduce la storia, seguito dalla preparazione della scena da parte di un gruppo di attori ben preparati, alcuni dei quali rivelano ottime doti interpretative: la narrazione in versi si alterna a un linguaggio quotidiano e realistico, in cui si esprime il multilinguismo proprio dell’identità carceraria. Teste, corpi, voci e lingue vanno a comporre un immenso padre Ubu, che si fa immagine universale della brama di potere, mentre di fronte a lui una sola madre Ubu (la vigorosa attrice Ilaria Danti), vera mente del complotto per uccidere il re di Polonia. Ubu, come nelle intenzioni di Jarry, è solo una marionetta nelle sue mani, un fantoccio diventato simbolo della scelleratezza di chi pensa che la politica sia solo un modo per fare denaro, ma anche di chi, una volta ottenuta ogni ricchezza, resta ancora insoddisfatto e, come un bambino, vuole sempre di più. La follia di Ubu conduce all’omicidio di massa e all’eliminazione dei suoi stessi alleati – profetico Jarry nel 1896 nel ritrarre l’inevitabile esito di una tale avidità – fino a ritrovarsi circondato da nemici. Tutti, in fondo, sono pronti a tradire chi manca completamente di onestà e lealtà, non per puro senso morale, ma perché da lui nessuno può ottenere nulla. Una visione della realtà che, purtroppo, non dà molta consolazione.

Lo spettacolo, intenso e accurato, ma anche leggero e satirico, deve il suo fascino anche al lavoro di un gruppo di studenti del Liceo Artistico di Porta Romana che ha assemblato i barattoli al fine di costruire preziosi elementi di scena, come il grande “totem” che rappresenta padre Ubu. Dopo i dovuti saluti e ringraziamenti, alla fine della messinscena sono i detenuti a prendere la parola ricordando il valore di fare teatro che in quel luogo permette di unire etnie e culture diverse per dimostrare che «qui dentro c’è anche qualcosa di buono che può crescere». In sala anche le famiglie degli interpreti, desiderosi di poter trascorrere un po’ di tempo con loro.

Firenze – TEATRO DEL CARCERE DI SOLLICCIANO, 1 luglio 2015

Mariagiovanna Grifi

UBU RETesto: Alfred Jarry; Regia: Elisa Taddei; Scene: studenti del Liceo Artistico di Porta Romana; Compagnia: Compagnia di Sollicciano; Interpreti: Jafaar Bennabou, Massimo Bono, Raul Cruz Bosmeniel, Maejdoub, Emilian Brici, Elias Chavez, Ilaria Danti, Fernando Da Silva, Emilian Devole, Altin Devole, Marco Franci, Rachid Garmouni, Roberto Mascherini, Mohamed Omar, Maurizio Panarese, Fausto Sinatti, Stefano Traversari.