a “pulizia” genetica, la morale, l’etica, la diversità, l’amore, il cinismo. Sono questi i temi di “Tomcat”, l’esordio fulminante del giovane regista inglese James Rushbrooke, tradotto da Roberto Vertolomo e portato in scena da Rosario Sparno al Ridotto del Mercadante fino al 15 ottobre. Un’occasione ghiotta per discutere di un argomento lancinante e dai difficili, spesso insondabili, spigoli. Si parla di futuro, quanto mai prossimo, e di una bambina sfuggita alla perfezione da laboratorio, e proprio per questo cavia di esperimenti e studi tutt’altro che indolori. La piccola Jessie (Francesca De Nicolais) si sente, ed è, un animale domestico, una cavia, accudita da un infermiere, Tom (Luca Iervolino) e studiata dai medici Caroline (Elisabetta Pogliani) e Charlie (Rosario Sparno), con quest’ultimo scisso tra il lavoro e i problemi domestici con la moglie Rachel (Fabiana Fazio). In un interno claustrofobico, su cui si staglia la “finestra” di vita familiare di Charlie, la vitalità ferina della ragazzina, che come sempre la De Nicolais interpreta da autentica fuoriclasse, sbatte contro l’interesse clinico di chi la studia e la pietas di chi la cura. Ognuno può trarre le considerazioni che desidera, ed è questo il bello di un testo che taglia in due senza bisogno di ricatti emotivi, e che Sparno dipana con eleganza e misura, con britannico distacco ma con coerenza e stile. Benissimo gli interpreti, tutti in parte ed efficaci, mentre i suoni di Massimo Cordovani trattengono bene fibrillazioni e tensioni. Un teatro utile, denso, con sprazzi di ironia. E che, vivaddio, farà discutere.

<i>Antonio Mocciola</i>