Una pluralità di temi e di linguaggi espressivi nella XXVIII edizione di Segnali – Festival teatro ragazzi

Ancora una volta il teatro ragazzi mostra di riprodurre in scala ridotta i temi, i linguaggi, ma anche le tendenze del teatro cosiddetto per adulti.

Nell’Amleto degli Eccentrici Dadarò (drammaturgia e regia di Bruno Stori) la tragedia del pallido eroe danese è raccontata in forma didascalica, didattica; ma gli strumenti tradizionali del teatro, senza supporti tecnologici, sono impiegati con mano sicura: la scenografia è semplice, quasi da baracca da burattini; le luci sofisticate ma discrete, prive di effetti appariscenti; e la comunicativa vivace e accattivante di Rossella Rapisarda ne fanno un bel pezzo di teatro di tradizione, godibile da parte di grandi e piccini.

Di cifra stilistica diversa, ma affine nell’essenzialità del linguaggio e nella valorizzazione della comunicazione gestuale e verbale pura, Piccoli eroi, del Teatro dell’Argine (regia di Antonio Tancredi), fruito a distanza ravvicinata in uno spazio allestito sul palcoscenico anche per gli spettatori, è una rilettura di Pollicino, che avvicina progressivamente la storia alle vicende dei migranti. La bravissima Simona Gambaro, responsabile anche della drammaturgia, regge interamene su di sé lo spettacolo, interpretando una pluralità di ruoli e interagendo attivamente con sette spettatori, sostenuta solo dalla sua efficacia attorale e da un gioco minimale di luci, ora a lume di candela, o addirittura al buio.

Anche Alan e il mare, del CSS Teatro Stabile di Innovazione del FVG e Accademia Perduta, è un accorato ed efficace De profundis sui migranti inghiottiti dal mare.

Data l’imprescindibile valenza educativa del teatro ragazzi era giusto che, in questi tempi di rigurgiti razzisti, trovasse spazio il tema del diverso, declinato in varie forme che riescono a scansare quasi sempre i facili ammiccamenti, il rischio di riproporre supinamente un argomento alla moda.

In questo solco, T-Rex – Gli amici non si mangiano di Teatro Prova, Un amico accanto, della Compagnia Teatrale Mattioli, Via da lì – Storia del pugile zingaro. Ma qui questo spettacolo non è semplicemente una favola edificante: si rifà alla vera storia di Johann Trollmann, detto Rukeli, di etnia sinti, la cui promettente carriera, per motivi razziali, fu umiliata e distrutta dal regime nazista. Oltre alla generosa prestazione attorale di Walter Marconi, corresponsabile del progetto e della regia, il sapiente utilizzo di suggestive proiezioni e di spezzoni documentari d’epoca rendono esplicito ed efficace l’impegno civile del lavoro.

L’uso del video, e in generale, della grafica computerizzata, forse anche per la sua efficacia spettacolare, di immediata presa sui piccoli, ha da tempo ampia diffusione nel teatro ragazzi, ove è entrato anche con anticipo rispetto al teatro per adulti. Di ciò è un ardito, efficace esempio Mister Green, un progetto europeo di Elsinor e VAT Teater di Tallin: una divertente favola ecologica senza parole, costruita con una smaliziata interazione fra il video e l’attore estone Rauno Kaibianen

Anche in Swift! dei francesi Skappa! & Associés – Teaser la parola è assente, ridotta a grammelot, e un disegno luci raffinato, unito all’uso del video, riesce a rendere affascinante una scenografia fatta di ciarpame, e a comunicare un messaggio di accettazione del diverso (e del migrante) mutuato dal geniale autore dei Viaggi di Gulliver.

L’elettronica al servizio dell’effetto strabiliante, da baraccone delle meraviglie – accolto con stupefatta, calorosa partecipazione dei bimbi – caratterizza Racconto alla rovescia, di Momom Compagnia Teatrale, con palloncini che si muovono nell’aria e cambiano colore, apparentemente animati dalla sola volontà e dal gesto di Caudio Milani, moderno mago tecnologico.

Il teatro su nero era autorevolmente rappresentato da Becco di rame nella tradizione ormai storica del Buratto: una parabola sull’handicap (non so fino a che punto colta dai bambini), con un coup de théâtre finale costituito dall’apparizione, letteralmente in carne e ossa, del vero “Becco di rame”: un’anatra mutilata dall’attacco di una volpe e operata con una protesi del becco, che la rende in grado di nutrirsi autonomamente.

Meno riuscito, nel medesimo genere di animazione, La regina della neve di Ca’ luogo d’arte, malgrado la scenografia di un certo impegno (neve che cade, i pupazzi alla maniera di Lele Luzzati, il favoloso castello della regina).

Nella ricorrenza del centenario, non poteva mancare uno spettacolo sulla Grande Guerra. Nemici, della compagnia Panedentiteatro, sospeso fra il realistico e l’onirico, si impegna a smontare la retorica patriottarda che ha imperversato nell’educazione di più di una generazione. Si apprezzano i pupazzi, che rimandano alla mostruosa umanità di George Grosz.

Nido, di Teatro Telaio, è una delicata parabola senza parole sull’attesa del figlio, che vede protagonisti una coppia di uccellini: prima una gustosa mimesi del reciproco corteggiamento, poi la complessa, divertente costruzione del nido, che continua a crollare, con la partecipazione attiva del pubblico chiamato sulla scena.

Luna & Gnac, con Ruote Rosa evoca con accattivante vivacità, sostenuta dagli spiritosi disegni di Michele Eynard, la storia di Alfonsina Morini Strada, pioniera del ciclismo femminile del primo ’900.

OK Robot, delle Briciole, è una intelligente satira della civiltà moderna, supertecnologica. Rigoroso nella sua espressività gestuale, quasi coreutica; un po’ algido, ma divertente; denso di riferimenti cinematografici e letterari ma, temo, estranei alla cultura dei piccoli spettatori.

Anche in questa edizione emerge l’annoso nodo della drammaturgia, come in Barba Blu, dove non basta la generosa, ipercinetica prestazione della narratrice per creare dei personaggi; l’impianto scenico è macchinoso, i costumi mal risolti; poco chiara la fabula. Il terzetto canta bene, ma perché inserire fra le canzoni francesi anche l’italiana Donna lombarda, che non c’entra nulla?

Le medesime osservazioni valgono per Tempesta 6+, di Residenza Idra e Rebelot. Il tentativo di volgarizzare il testo shakespeariano ad uso dei piccoli naufraga in un mare di espedienti scenografici e scenotecnici (maschere, modellini, travestimenti, oscure scritte in logogrammi orientali), di ruoli doppi o tripli. Per di più, un’incongrua tesi moralistica stravolge l’intrigante poesia del Bardo.

Per concludere, due parole su Cari cuccioli, della Compagnia Rodisio. È vero che nel corso dello spettacolo non succede nulla; che si tratta, di fatto, di uno studio, e il tema dichiarato (l’attesa), rimane quantomeno implicito. Ma la raffinatezza figurativa dei quadri, ottenuta con un uso smaliziato della nebbia e delle luci, produce suggestivi riferimenti ai grandi maestri del nostro ’800 (si pensa a Segantini, a Fontanesi), e propone un modello tramontato di civiltà e di famiglia che i ragazzini di oggi non hanno mai conosciuto.

E se è giusto che il teatro ragazzi abbia una funzione educativa, accanto a valori etici e buoni sentimenti, è utile che favorisca anche la – ohimè – trascurata educazione al bello.

 

Claudio Facchinelli

 

Visto a Milano e a Cormano dal 2 al 5 maggio 2017