Beppe Navello, direttore della Fondazione Teatro Piemonte Europa, non è solo un intellettuale raffinato di formazione europea e un teatrante di lungo corso: è erede di quella sobria, discreta tradizione culturale piemontese che gli consente di passare con naturalezza dal ruolo di direttore artistico a quello di impeccabile ed attento maestro di cerimonia. Una funzione di non secondaria importanza in una occasione, come quella fornita dal festival Teatro a Corte, in cui le proposte spettacolari, di caratura transnazionale, spesso improntate a una quasi temeraria arditezza, si palesano nelle residenze della corte sabauda; in ambienti a volte fastosi, a volte dal fascino un po’ fané, connotati da un’eleganza prudente, a un tempo aristocratica e provinciale, parente prossima delle atmosfere crepuscolari evocate dalla penna di Guido Gozzano.

Il festival, alla sua quindicesima edizione, si articolava quest’anno in tre corposi fine settimana, il secondo dei quali, fra il 23 e il 26 luglio, oltre che nel tradizionale Teatro Astra, sede della Fondazione, aveva luogo nel castello di Agliè e alla Venaria Reale, ed era dedicato al teatro di figura.

Ma l’accezione di questo genere teatrale risultava dilatata, forzando i confini tradizionali della pur nobilissima tradizione delle marionette a filo, dei burattini, dei pupi, del teatro delle ombre.

A cominciare da Western Society, dove gli scatenati, estrosi tedeschi di Gob Squad (donne dalle forme straboccanti, esposte impudicamente; uomini en travesti, in minigonna e tacchi a spillo) duplicati da un gioco di riprese video proiettate sul fondale, o su schermi inseriti a vista, tracciano con feroce, scanzonata ironia una caricatura della società contemporanea, di una civiltà consumistica e demenziale, con effetti comici ad un tempo esilaranti e amari.

Più prossimo al teatro di figura, Sur les traces du ITFO, del francese Turak Théâtre: dove un palcoscenico ingombro di cianfrusaglie, da bottega di rigattiere, come per magia si anima, producendo suoni sensati, melodie coinvolgenti, che si sprigionano inaspettatamente da quel disordinato, surreale bric-à-brac.

Anche la poetica dei francesi Décor Sonore si caratterizza con produzioni sonore atipiche: cinque musicisti, con la performance itinerante Urbaphonix fanno risuonare, nel centro storico di Venaria, gli oggetti più improbabili: dalle inferriate dei balconi, ai lampioni, alle strutture metalliche di un’edicola, nel solco degli “intonarumori” futuristi di Luigi Russolo.

Ancora a Venaria, nel Gran Parterre dei Giardini, Il falso convitto, di Alice Delorenzi e Francesco Fassone è un grandioso impianto scenografico di gusto barocco, che il pubblico attraversava su un carrello a rotaia, rievocando un banchetto allestito a Roma da Gian Lorenzo Bernini, in un evidente apparentamento con il tema dell’alimentazione e del cibo, declinato a livello internazionale dall’EXPO.

Con Guateque della compagnia spagnola Delreves (ma nel gruppo fanno parte artisti dei Paesi Baschi e della Catalogna), due danzatori acrobati, accompagnati da musica dal vivo, sfidano la forza di gravità sulla scabra facciata in cotto della Venaria Reale. Con loro, il genere della danza verticale è arricchito da una drammaturgia che incastona quei volteggi in una storia, e il rincorrersi di una coppia e il gioco del corteggiamento aggiungono, alla trepidazione per le temerarie evoluzioni dei performer. l’emozione di una favola moderna.

L’ultimo giorno, il festival si è trasferito al Castello ducale di Agliè, dove anche chi ne aveva già avuto l’opportunità non ha rinunciato alla visita guidata, particolarmente intrigante nel percorso attraverso i sotterranei, le dispense, le cucine, che offrivano fascinose suggestioni sulla vita domestica nelle dimore aristocratiche di qualche secolo fa.

Poi, sotto un portico del castello, la compagnia francese Cie Lunatic ha proposto Fileuse: una esibizione densa di raffinate invenzioni figurative, offerte da una performer che con eleganti e abili evoluzioni si allacciava a una miriade di fili e funi pendenti, a mo’ di cortina, da un’alta, perigliosa struttura circolare.

A seguire, la fresca, vitale esibizione di danza della compagnia torinese Arké, in una carrellata storica che, da un balletto barocco, transitando per balli popolari, giungeva fino alle musiche degli anni Cinquanta e Sessanta (anch’esse, ormai, un nostalgico reperto di tempi andati).

Se questi spettacoli, come detto, ampliavano i confini tradizionali del teatro di figura strettamente inteso, il breve film di Manuelle Blanc, Frank Soehnle, filiation poétique, ha costituito un felice raccordo con quel mondo: ujn pregevole documento dell’opera del maestro tedesco, ripreso nel suo atelier durante il lavoro di ideazione e creazione delle sue personalissime, perturbanti figure animate.

E non sono mancati i momenti conviviali: l’incontro con gli artisti, fra le scaffalature impregnate di storia nella Caffetteria di Palazzo Reale; la Cena a Corte, all’aperto, con piatti della tradizione piemontese, di fronte al Castello di Agliè, come da consuetudine di un festival che si identifica come fascinoso incontro del tempo che fu con le istanze creative del presente.

Claudio Facchinelli