Parte alla grande la trentasettesima edizione del Sulmona International Film Festival, con una sequenza di “corti” di elevatissima tensione emotiva e di ottima qualità. Se negli anni la rassegna abruzzese (ma con lo sguardo sull’universo) si è guadagnata una notevole dose di rispettabilità, è merito dell’Associazione Culturale SulmonaCinema, capitanata dal Presidente Marco Maiorano (al centro nella foto). In quattro giorni di programmazione, fino al 9 novembre, si vedranno 39 opere, tra corti nazionali, internazionali, animazioni, documentari, video musicali e opere girate in Abruzzo o realizzate da registi abruzzesi, frutto di una monumentale selezione partita da 900 proposte, e si può soltanto immaginare la fatica della scrematura per il direttore artistico del concorso, Carlo Liberatore, e dei suoi collaboratori. Ma sarà altrettanto arduo il giudizio che dovrà fornire il presidente della giuria principale, Francesco Montanari, attore romano giovane ma di già solida carriera.

Nella prima giornata di programmazione si segnalano importani acuti tra i cortometraggi. Molto emozionante il lavoro di Rosario Capozzolo, che con “Il primo giorno di Matilde” ci parla dell’importanza di comunicare ai giovani figli, senza arrivare agli ultimi minuti di vita (notevole la prova di Riccardo De Filippis). Inquietante lo sperdimento del protagonista del francese “Beaver at work”, riuscitissimo flash sulle nevrosi sui luoghi di lavoro. Una prova clamorosa della sempre impeccabile Lucianna De Falco connota l’ansiogeno “L’attesa” di Angela Bevilacqua, mentre un dolente squarcio sul maschilismo del medioriente lo fornisce “Tattoo”, film iraniano. Oltre al lucido mélo nipponico di “Homesick” e il fulminante “Refuge” di Federico Spiazzi (davvero il corto perfetto per forma e contenuto), suscita interesse l’animazione di “The great androgynous” di Zaccardi, talento locale, e la toccante vedovanza (con amore filiale annesso) descritta nell’inglesissimo “This time away”. Più ordinaria la proposta di corti come “My Tyson” di Claudio Casale e “A Symphony of Sparks” di Fortin, ma soltanto perchè inseriti in un contesto di altissimo livello. Quello che però strappa applausi e commozioni, più di tutti, ci è parso “Song Sparrow” dell’iraniano Farzaneh Omidvarnia: un film di animazione che descrive la migrazione con un’intensità ed una poesia raramente riscontrati sul grande schermo. E dopo il bel “Lucy” di Gutierrez ecco la proiezione del lungometraggio “Wrestlove”, che descrive la vita di Monica e Karim, coppia italiana in Usa, nella vita come sul ring: un bell’excursus in una realtà poco nota da noi, e diretta da Cristiano Di Felice. Molto buona la risposta del pubblico del cinema Pacifico, sul cui destino pendono le mille variabili comuni ormai a tutte le sale italiane. Se la gente ha poca voglia di cinema, ipnotizzata dagli schermi di casa, di certo ne ha tanta di festival, come quello sulmonese che si avvia felicemente al quarantennale: perché il foyeur, la discussione, persino i colpi di tosse in sala, sono vita, sono verità, sono condivisione. Sapremo rinunciare, un giorno, a tutto questo?

Antonio Mocciola