DOMENICO CIMAROSA

IL MATRIMONIO SEGRETO

Dramma giocoso in due atti

Libretto di Giovanni Bertati

 

Direttore Michele Spotti
Regia, scene e costumi Pier Luigi Pizzi
Luci / Regista assistente Massimo Gasparon

Signor Geronimo Marco Filippo Romano
Elisetta Maria Laura Iacobellis
Carolina Benedetta Torre
Fidalma Ana Victoria Pitts
Conte Robinson Vittorio Prato
Paolino Alasdair Kent

Orchestra del Teatro Petruzzelli di Bari

 

 

 

La nuova edizione martinese de “Il Matrimonio Segreto”

 

Anche se con una sottilissima velatura di scetticismo da parte degli storici frequentatori del festival della Valle d’Itria, la serata del 16 luglio ha registro un incredibile successo della nuova edizione del capolavoro di Cimarosa, rappresentato per la prima volta nel 1792 e mai dimenticato dai repertori dei teatri europei.

Ci si è, infatti, domandati come mai un festival, votato alla riscoperta di lavori musicali rari e con a disposizione oltre settanta titoli del compositore Aversano, avesse deciso di puntare proprio sul più noto di essi tralasciando la nutrita ed eccezionale compagine dei titoli seri del Cimarosa.

Ma le perplessità hanno ceduto il passo agevolmente alla realtà dei fatti costituiti da una delle più belle, ricche e meditate produzioni mai messe in scena. Che l’organizzazione del festival abbia deciso di puntare tanto su questa produzione lo dimostrano le quattro recite messe in programma a differenza degli altri titoli (una sola il “Coscoletto” di Offenbach e due “Ecuba” di Manfroce, che pur avrebbe meritato una serata in più) oltre ad on’organizzazione dello spettacolo che ha saputo far convivere lo spirito settecentesco dell’opera con la più ardita modernità.

Frutto della sinergia di due artisti ben noti al Festival, Pier Luigi Pizzi e Massimiliano Gasparon che nelle precedenti edizioni hanno firmato numerose regie, l’edizione martinese del Matrimonio ha puntato tutto sulla intelligente modernizzazione dell’ambientazione, ai movimenti scenici dei cantanti e dei costumi.

Non avrebbe avuto senso, del resto, riproporre un’opera (tra l’altro non rara) con tanto di parrucche, lustrini, livree  e gestualità lontani dal gusto e dalla comprensione dei moderni.

Così l’abitazione del ricco mercante don Geronimo è diventata una casa ultramoderna con tanto di tele ed opere di artisti contemporanei, costoso arredamento dal design ultraricercato e cantanti abbigliati da abiti delle firme più alla moda; lo spettacolo ha fornito una chiave di lettura intelligente e comprensibile per cui i temi che agitavano la commedia degli equivoci di scuola napoletana si sono trasposti in chiave di attualità senza perdere la capacità di giungere ai moderni.  Il mercante Geronimo, dunque, come un qualsiasi genitore dei tempi d’oggi cerca il classico “buon partito” alla primogenita Elisetta, e lo trova nel conte Robinson dal cui matrimonio spera di compiere il tanto agognato salto sociale nel mondo che conta.

Ma in ballo entrano i sentimenti, gli unici con cui Geronimo non abbia fatto i conti, e che in chiave buffa non fanno che scompaginare i piani dello scalatore sociale: così Geronimo non sa che la secondogenita Carolina ha in segreto contratto matrimonio con il giovane ed aitante Paolino (del quale s’innamora anche l’attempata zia Fidalma) come viene colto di sorpresa quando il conte Robinson rivela a tutti di essere innamorato non di Elisetta bensì di Carolina, già sposa in segreto di Paolino.

L’occasione è ghiotta perché vengano posti in evidenza i principali temi di perenne attualità che agitano le umane vicende: cupidigia, avarizia, arrivismo sociale che, tuttavia nell’ottimistica ottica dell’illuminismo settecentesco, sono destinate a cedere rispetto la bontà innata dell’uomo e dei valori positivi di cui è portatore: sentimento, amore, passione: l’opera così si dirige all’immancabile finale lieto ove, con un colpo di spugna ed atto generale di resipiscenza, tutto è destinato ad andare a posto e ciascuno a ricoprire il suo ruolo proficuo nella società nel rispetto dei più generali ed alti valori etici.

In tal senso il conte Robinson, pur bramoso  di liberarsi della sua promessa per sposare la cadetta, rinunciando alla metà della dote promessagli da Geronimo, in nome del più alto valore dell’amore ed in ossequio allo scioglimento della vicenda secondo la consuetudine della commedia buffa napoletana, accetta di sposare la pur sgradita Elisetta lasciando la coppia Paolino-Carolina liberi di amarsi con il placet del vecchio avaro mercante.

Tuttavia al di là delle situazioni spassose che il Bertati nel suo vivacissimo libretto ha fornito a Cimarosa, la musica ha una modernità di scrittura che gli stessi artisti dell’epoca le riconobbero sin da subito (e che ne ha decretato il perenne successo di teatro da oltre duecento anni). Innanzitutto L’ouverture non segue il classico canone della forma sonata: non ha una struttura tripartita bensì alterna temi che echeggiano situazioni presenti nello sviluppo narrativo dell’opera.

All’ascoltatore, quindi, non mancherà di riconoscere il tema del duetto “che a noi non resta che fuggir”, forse il momento più drammatico dell’opera ove i violini disegnano gruppi di semicrome discendenti che immaginano il movimento del discendere furtivo dei due sposi segreti dalle scale per sfuggire dalle grinfie di Robinson/Fidalma e dall’ira di Geronimo; come anche il duetto, anch’esso drammatico tra Carolina ed il Conte poco prima della scena d’insieme conclusiva del primo atto ove la contrapposizione di gruppi tematici indica lo scontro tra personalità forti ed antitetiche.

Situazioni di estrema tensione emotiva, dunque, dipinte da musica esteriormente gaja, brillante e vivace ma contenitore di vicende paradossali ed illogiche che stridono con la perfetta distribuzione dei ruoli vocali e la scrittura a merletto: è chiaro che Cimarosa ha fatto propria la lezione di Gluck e Mozart, ed egli stesso è vate dei futuri sviluppi del gusto musicale dotando l’orchestra di quel respiro vitale che permette ai sei personaggi di vivere vicende psicologicamente vere ancorché rivestite del manto della giocosità.

Musica di raffinatissima qualità esaltata dalla bacchetta del giovanissimo direttore milanese Michele Spotti, autentica rivelazione, musicista talentuoso e raffinato che ha saputo accompagnare con grazia e brio l’orchestra del teatro Petruzzelli di Bari conferendo alla compagine orchestrale compattezza ed eleganza musicale.

I tempi scelti dal maestro Spotti sono stati quasi sempre sostenuti, talvolta nervosi, facendo da contraltare ai momenti di estasiato lirismo che nell’opera si alternano ai pezzi d’insieme od alle vicende più caricaturali; splendidi i momenti in cui il gesto elegante del Direttore rallentava l’orchestra per poi riprenderla con accenti di fulminea rapidità: nessuna sbavatura, nessuna caduta di stile; il pubblico ha potuto bearsi di tre ore piene di eleganza musicale allo stato puro.

Il cast vocale, pur formato da artisti giovani e non conosciutissimi, si è dimostrato di primissimo ordine.

Da sottolineare l’eleganza vocale, il fraseggio e la bellezza del timbro di Alasdair Kent nel ruolo di Paolino che si accompagna parimenti all’avvenenza fisica del cantante e che, giustamente la regia ha inteso valorizzare presentandolo vestito solo di biancheria intima nella prima scena dell’opera: armonia di forme fisiche che in modo appropriato esaltano l’armonia dei suoni e l’amore che lega i due protagonisti.

Il perfetto controllo vocale da parte questo artista gli ha consentito dei diminuendo di rara difficoltà e di estatica voluttà.

Non da meno le prove offerte da Benedetta Torre (Carolina) e Maria laura Iacobellis (Elisetta), hanno disegnato personaggi spiritosi nei gesti e dispettosi quanto basta per rendere frizzante l’intera vicenda.

Elegante e godibile il fraseggio di Benedetta Torre con un timbro acuto che ben si contrapponeva a quello più brunito della Iacobellis; ad entrambe il pubblico ha a ragione tributato applausi ben calorosi.

Raffinata la prova di Ana Victoria Pitts nel ruolo di Fidalma, probabilmente quello più difficile dell’intera opera perché alterna stati psicologici di donna virtuosa che cela entro di sé una voluttà destinata ad esplodere nella segreta passione covata per il bel Paolino: ed infatti la miglior prova di canto e recitazione c’è stata nel gustosissimo duetto del second’atto “quest’è effetto del contento..” ove l’attempata zia attenta alle virtù del giovane sposo destando le ire gelose della nipote Carolina caduta anch’essa nella trappola dell’equivoco. Ottima la recitazione e limpido il fraseggio per cui tutte le parole apparivano nitide agli ascoltatori.

Nei ruoli maschili Marco Filippo Romano ha rivestito i panni di Geronimo, attempato, ricco, avaro ed affarista mercante (che dalla regia è stato concepito come commerciante di opere d’arte) che ha raccolto l’eredita di un grande cantante – purtroppo da poco scomparso – Enzo Dara che ne aveva fatto un vero e proprio cavallo di battaglia. Buona la prova di canto, leggermente esagerata e gesticolante la presenza in scena per cui si richiederebbe maggiore sobrietà: in definitiva trattasi pur sempre di una persona che ha fatto fortuna e che desidera una collocazione sociale elevata mediante il matrimonio delle figlie con rampolli nobiliari. Le note –  ad ogni buon conto – c’erano tutte ed il bel timbro baritonale riempiva ogni angolo dell’ampio cortile di palazzo ducale; parimenti Vittorio Prato nel ruolo del conte Robinson ha conferito verve strappando divertite risate nella scena in cui rivela che “la sposa non mi piace e non la voglio..”, cantante che ha dimostrato di essere assai spigliato nel gesto (a dispetto del ruolo nobiliare il suo costume era una veste fatta da una camicia ipercolorata sotto una giacca di tinta unita) e con notevole freschezza e potenza vocale. Anch’egli applauditissimo da un pubblico che ha praticamente riempito il cortile dimostrando di aver goduto appieno di una fortunata e intelligente ripresa di uno dei capolavori che dopo oltre duecento anni dalla premiére dimostra di aver sempre tanto da offrire.

Recensione che si riferisce alla recita del 16 luglio 2019

Pietro Puca