Dal 25 al 28 gennaio, in ricorrenza del Giorno della Memoria, il Teatro TRAM di Port’Alba ha voluto ricordare le vittime dell’Olocausto con “Celeste”, spettacolo scritto e diretto da Fabio Pisano che racconta la storia di Celeste Di Porto, affascinante e fatale ragazzina di diciotto anni che, dopo il rastrellamento del ghetto romano ad opera dei tedeschi guidati da Kappler, pur essendo lei stessa ebrea, decide di diventare una delatrice al servizio della Gestapo e della polizia fascista, finendo col divenire essa stessa una carnefice, complice della morte di circa 70 ebrei. La tragicità delle vicende del collaborazionismo ebraico è resa efficacemente dal giovane drammaturgo napoletano attraverso gli occhi disillusi e cinici della “Pantera nera del Ghetto di Roma”. Nata nel 1925 nel Ghetto ebraico romano da una povera famiglia ebrea, Celeste è astuta, aggressiva, bellissima a tal punto da essere soprannominata la Stella di Piazza Giudia. Consapevole della sua avvenenza e stanca di dover subire le sofferenze della guerra e di una vita di privazioni decide di ricorrere ad ogni mezzo – compresa la sensualità –  per avere in salvo la sua vita e quella della sua famiglia. Inizia così un vero e proprio periodo buio per gli ebrei del ghetto italiano; coloro i quali venivano “salutati” con un cenno della mano dalla giovane donna, non avevano scampo. Per ogni “capo”, lei guadagnava cinquantamila lire. E non importa se a finire nelle mani delle camicie nere fossero donne, bambini o uomini. Solo la sua famiglia doveva essere risparmiata. Ma il padre non riuscì a portare questo enorme peso sulla coscienza, e si consegnò alle SS. I fratelli, tra cui Angelo, tanto amato, la rinnegarono. Solo la madre continuò a volerle bene. Caduto il regime, si trasferì a Napoli. Scelse una nuova identità, si fece chiamare Stella Martinelli, prostituta in una casa d’appuntamenti. Un giorno entrarono per caso tre ebrei romani, la riconobbero e la denunciarono. Fu portata a Roma a Regina Coeli. Fu condannata a dodici anni, ne fece soltanto tre tra condoni e amnistie e uscì dal carcere di Perugia nel 1950, dopo un periodo trascorso a Viterbo. Si convertì alla religione cattolica. Voleva addirittura farsi monaca e, una volta tornata in libertà, fu ospitata in un convento di clarisse di Assisi, dove la sua nuova vocazione mistica era stata presa per buona. Si sa però che un anno più tardi fu cacciata, troppo in contrasto con i principi della regola. Di lei, in seguito, s’è perduta ogni traccia. Qualcuno dice che restò a Centocelle, sposata e casalinga, dove morì nel 1981. Altri giurano che fuggì a Milano e cambiò nuovamente identità. In qualsiasi caso, di Celeste, resta solo la fama. La feroce fama di pantera nera. La sua storia è stata a lungo divisa fra verità e leggenda perché la donna è riuscita a nascondersi alla memoria e a sparire nelle nebbie del tempo. Fino al ritrovamento di una tragica denuncia in poche righe nel Carcere di Regina Coeli a Roma, nel 1994. Sui muri della cella numero 306, terzo raggio, incisa con un chiodo si legge infatti la scritta: “Sono Anticoli Lazzaro, detto Bucefalo, pugilatore. Si non arivedo la famija mi e’ colpa de quella venduta de Celeste Di Porto. Rivendicatemi”. Ed è proprio Fabio Pisano, dopo un lungo periodo di ricerca, a ridare attenzione a questa vicenda. “Perché alcune storie non lasciano traccia, se non una scritta nel muro di una cella carceraria. Una scritta incisa con un chiodo. E con tutta la rabbia di chi non sa” – racconta il regista. La ricerca non è stata semplice. Non si sa molto di Celeste Di Porto e ancora oggi molti ebrei del ghetto romano al solo sentir pronunciare questo nome abbassano lo sguardo intimoriti. Ma Pisano non ha desistito e, analizzando gli atti giudiziari e gli articoli dell’epoca, incontrando la storica Anna Foa e i testimoni che conobbero Celeste o semplicemente sentirono parlare di lei, ha tirato fuori questa vecchia, impolverata ma spietata storia, trasponendola in un impianto drammaturgico ben strutturato nella sua semplicità. A far rivivere Celeste sulla scena vuota del TRAM è una convincente Francesca Borriero, le cui candide vesti, il simpatico accento romano e il sorriso dolce ed ingenuo ben si scontrano con le dure e spregiudicate parole della protagonista, a volte così drammatiche nella loro fredda razionalità. L’attrice classe ’86 dà forma a questa figura spietata che chiede di non essere giudicata nonostante gli atti orribili commessi contro la sua gente. “E questo spettacolo non ha alcuna pretesa di assolverla, ma di narrare” – spiega Pisano. Ad affiancarla, i validissimi Roberto Ingenito e Claudio Boschi (davvero intenso e impeccabile nei tempi, nei toni e nell’enfasi), che hanno dato voce ai diversi personaggi che hanno gravitato intorno alla donna: il padre, il fratello Angelo, l’amante fascista Vincenzo Antonelli. Ad essi sono affidati anche i cambi di scena e la costruzione della scenografia, sia verbalmente che con il loro stesso fisico. La storia scorre veloce, con pose e scene a volte simili ad inquadrature cinematografiche. A legare gli otto quadri di cui si compone lo spettacolo, le canzoni alla radio degli anni Trenta e Quaranta, tanto amate dalla ragazza, vere train de union delle sue memorie, e le musiche live di Francesco Santagata, molto suggestive. Uno spettacolo lacerante, che lascia interrogativi irrisolti in un pubblico indignato quanto commosso. A Pisano va senza dubbio riconosciuto il grande merito di aver voluto rappresentare una storia così poco nota su una delle parentesi più animalesche e apparentemente irrazionali della Shoah. Una storia emblematica e necessaria, perché a quasi settant’anni dalla seconda guerra mondiale di quel male banale di cui Hannah Arendt si parla sempre meno.

Michele Amordeluso