Tensione armonica. Dialettica di ritmi e suoni. Corpi che danzano in maniera eccellente. Ma l’idea dello spettacolo? L’intenzione che regge l’intero progetto teatrale di Katia e Marielle Labèque, dov’è? O meglio, qual è?

Nessuno può negare che Love Stories sia uno spettacolo di grande spessore musicale, per altro preceduto da una grande attesa a Napoli, tappa d’eccezione del Teatro Festival all’interno di un fortunatissimo tour europeo.

Ma, nonostante ciò, malgrado la bravura indiscussa delle due prestigiose pianiste, malgrado le musiche immortali di Bernstein e del suo eterno successo West Side Story e pur considerando la coinvolgente coreografia del secondo atto dello spettacolo, realizzata da Yamar Okur, breakdancer amato da Madonna, sulle musiche originali del compositore francese David Chalmin, resta un interrogativo, un interrogativo fondamentale, senza risposta alcuna: qual è l’idea che guida questo progetto teatrale?

Se ci attenessimo a quanto leggiamo dalle note di regia, Love Stories dovrebbe essere un omaggio alla passione leggendaria di Giulietta e Romeo, una moderna rievocazione della storia dei due sfortunatissimi amanti di Verona.

Eppure, eccezion fatta per le musiche di West Side Story, per cui Bernstein si ispirò alla storia dei due veronesi, tutto l’impianto di Love Stories sembra abbastanza pretestuoso, ben realizzato ma fastidiosamente velleitario, come è velleitaria e poco incisiva  la presenza “a sorpresa” di una ballerina di flamenco che irrompe in scena, in maniera poco congruente, al termine del primo atto dello spettacolo.

Insomma, virtuosismi a go-go per uno spettacolo “furbo” ma incapace di evocare emozioni, struggimenti e incanti. Tutti bravi, è vero, ma spesso la bravura non è sufficiente neppure per delle star della scena internazionale come le Labèque, non è sufficiente se manca lo sguardo d’insieme, il significato dell’operazione, l’idea che muove all’unisono il cuore, la mente e il corpo.

 

                                                                                              Claudio Finelli