Da assidui e ultradecennali frequentatori del Festival della Valle d’Itria possiamo affermare che l’appuntamento estivo con la grande musica non cessa mai di stupire per le proposte sorprese.

Chi frequenta l’appuntamento estivo del festival ricorderà che nel 2005 il tema Shakespeariano dell’amore tragico e contrastato fu affrontato mettendo a confronto sia i Capuleti di Bellini che il Romeo e Giulietta di Marchetti, quest’ultimo in forma di prima rappresentazione in tempi moderni: a chiudere il cerchio l’odierna messa in scena cui, si auspica, una rivisitazione del Romeo e Giulietta di Zingarelli nonché l’omonima opera di Zandonai.

Fedele al suo intendimento di trarre fuori dall’oblio quelle opere che, pur famose e rappresentate nel passato, oggi si compendiano in un ricordo d’inchiostro nei libri di storia della musica, gli organizzatori hanno ritenuto che fosse venuto il momento di riascoltare la partitura del Giulietta e Romeo di Vaccaj, titolo che nell’800 era famosissimo, il primo vero successo del Compositore (pur essendo il settimo titolo nel catalogo operistico) tale da offuscare solo per un istante l’altra “opera rivale” scritta, nientedimeno, che da Vincenzo Bellini, sul medesimo tema – ancorché con diverso titolo Capuleti e Montecchi – che il librettista Felice Romani dovè sul piano letterario affrontare per due volte: la prima, nel 1825 per Vaccaj, la seconda, nel 1830 per Bellini. Sta di fatto, comunque, che il cigno Catanese non riuscì, in prima battuta, ad averla vinta sull’opera del collega di Tolentino al punto tale che Maria Malibran, uno dei Romeo più acclamati del tempo sovente chiedeva di sostituire l’ultima scena dei Capuleti Belliniani con quella composta da Vaccaj; con disappunto del musicista siciliano facilmente intuibile.

Ebbene, l’ascolto dell’opera rivela a primo impatto l’incredibile modernità della musica. Melodia e belcanto a profusione inseriti in un contesto orchestrale poderoso, talvolta sinfonicamente assai impegnativo con parti corali ampie e scene d’insieme che non hanno nulla da invidiare alle ben note scene Verdiane. La linea musicale è improntata alla tecnica della “melodia continua” con pochissimi recitativi e minima inclusione dei pezzi chiusi mercé la definizione di una drammaturgia serrata e coerente in cui i personaggi principali (Romeo, Giulietta e Capellio) ben s’intersecano con quelli cosiddetti minori (Lorenzo, Capellio, Adele, Tebaldo) in un’azione continua ed ininterrotta di vicende che si avviano al tragico epilogo.

L’attento ascolto della musica rivela quanto anche Donizetti sia debitore nei confronti di Vaccaj tanto da aver recepito, in modo più o meno velato, sia la cadenza per arpa nella seconda scena del primo atto della Lucia che la marcia funebre con cui Edgardo apprende della morte della sua donna: segno che ancora dieci anni dopo il suo debutto l’opera godeva di ottima salute e veniva costantemente ripresa sulle scene.

Intelligente e incredibilmente rispettosa del libretto di Romani la regia di Cecilia Ligorio si protende al giusto punto di equilibrio di un minimalismo capace di esaltare tutte le tensioni presenti nella famiglia Capuleti (va osservato che Vaccaj sceglie di narrare la vicenda degli sfortunati amanti dall’unico angolo visuale della famiglia di Giulietta indagando le tensioni, i lutti e le angosce che i personaggi finiscono col riversare su Giulietta mercé l’imposizione alla giovane di un marito che altri non è che la sostituzione del figlio morto (episodio che costituisce l’antefatto implicito dell’opera) quindi la regia costruisce un muro che separa la famiglia Capuleti dal resto del mondo ed uno spazio angusto e claustrofobico, in alto, ove è relegata Giulietta, chiusa da una porta ove è tratteggiata una rozza croce latina: simbolo di una religiosità ossessiva e compulsiva elemento divisivo tra gli uomini in nome di una divinità esclusiva, permeante ogni aspetto delle umane vicende.

Efficaci i movimenti scenici mediante i quali ogni spazio dell’ampio palcoscenico è stato riempito con un andamento fluido tra solisti e coro (peraltro assai presente sulla scena).

Brillante la direzione d’orchestra affidata a Sesto Quadrini con un complesso di lusso quale l’Orchestra Accademia teatro alla Scala di cui va sottolineata la precisione negli attacchi e nella linea melodica: il Direttore d’Orchestra ha prediletto tempi concitati che facevano da contraltare, esaltandoli, ai momenti estatici dell’opera quale il duetto tra Romeo e Giulietta o tra Giulietta e Lorenzo o le scene tragicissime della morte dei protagonisti. Preciso anche il Coro del teatro municipale di Piacenza.

Il cast ha rivelato quale disomogeneità nella sua composizione facendo indubbiamente esaltare le voci femminili, indubbie protagoniste della serata. Perfetta nei panni di Giulietta con la voce cristallina che già si ebbe modo di ascoltare in occasione della messa in scena di Francesca da Rimini di Mercadante nel 2016, Leonor Bonilla è stata la reale protagonista della serata, dotata di uno strumento vocale autenticamente cristallino, ha saputo tener egregiamente testa sia al canto spianato che alla impervia parte belcantistica; del pari Romeo è stato interpretato da Raffaella Lupinacci, ottimo mezzosoprano, erede di una tradizione di cui la Malibran era stata la divina iniziatrice; Paoletta Marrocu, infine, ha rivestito il ruolo di Adele, madre di Giulietta (ruolo che poi scomparirà nella successiva versione dei Capuleti di Bellini). La Marrocu è cantante di provata e lunga esperienza e che ha saputo infondere al personaggio il giusto coefficiente di apprensione, solitudine in un clima di tensione con il marito Capellio ritenuto responsabile della morte del primogenito, prima, e di Giulietta, poi.

I ruoli maschili erano affidati al bravo Leonardo Cortellazzi, nei panni di Capellio, con qualche difficoltà nella parte acuta della voce; maggiori problemi vocali li ha rivelati Vasa Stajkic nel ruolo di Tebaldo, con una voce cupa ed abbastanza ingolata che non è riuscita appieno ad esprimere la musicalità delle frasi affidate al personaggio; corretto Lorenzo (che nel libretto non è più frate Lorenzo – all’epoca era interdetto mettere in scena uomini di Chiesa – bensì un medico, amico della famiglia Capuleti, distillatore del liquore soporifero) interpretato da Christian Senn di cui andrebbe auspicata una maggiore precisione nel fraseggio.

Un’occasione da non perdere, dunque, questa messa in scena realmente rispettosa della scrittura di Vaccaj, con recitativi ad orchestra piena ed una scrittura che in effetti disvela l’ingiustizia della storia della musica che talvolta ha eclissato lavori che ben altra sorte avrebbero meritato.

La recensione si riferisce alla recita del 13 luglio 2018

Pietro Puca