Una scena-gabbia. Una gabbia metropolitana. Una dimensione asfittica. Uno spazio sostanzialmente underground ma senza il fascino della rielaborazione artistica che, negli anni, ha trasformato le realtà underground in un universo vitale e coinvolgente. Dunque solo un luogo di solitudine e abbandono. A un passo dal suicidio.

La scena concentrazionaria di Francesco Ghisu e le luci di un grande maestro della fotografia come Cesare Acetta, traducono perfettamente in immagine l’idea che Pier Paolo Sepe ha inteso sviluppare nella sua messinscena di “Crave”, restituendone appieno la temperatura allucinata e disperatissima della dolorosa drammaturgia di Sarah Kane.

Quel che invece convince di meno di questo progetto è proprio il lavoro condotto sugli attori e sull’impostazione registica. Lo spettacolo, infatti, sembra essere soffocato allo stato di studio. L’intera rappresentazione, rivelando un’eccessiva impronta laboratoriale e reiterando, conseguenzialmente, una serie di strategie interpretative decisamente note, dalla recitazione in loop, allo “scambio” d’abiti tra gli attori in scena, non riesce mai a spiazzare o destabilizzare lo spettatore e, quindi, amputa l’aspetto più forte e più intenso della natura espressiva dell’autrice britannica.

Insomma, lo spirito di Sarah Kane, la cui forza drammaturgica è proprio nella violenza con cui scardina certezze borghesi e strutture convenzionali, anche le strutture sceniche, è totalmente assente dalla realizzazione di questa messinscena che non rompe affatto le dinamiche espressive convenzionalmente sedimentate nella tradizione giacché saccheggia a piene mani un’ormai più che consolidata “tradizione alternativa”, fatta di gesti, modelli e geometrie non meno prevedibili di quelle proposte dal teatro borghese e consolatorio a cui finge, vanamente, di contrapporsi.

Roma, teatro India, 8 ottobre 2016

       Claudio Finelli