Roma Caput Mundi, l’ultimo lavoro per la scena scritto e diretto dal giovane talento Giovanni Franci, definito dallo stesso autore un manifesto contro il degrado, il fascismo, il razzismo e l’omofobia, si inserisce in maniera coerente in un percorso, già inaugurato da Franci, di perlustrazione e analisi degli aspetti più feroci e sinistri della società contemporanea.
Con un linguaggio straniante, dal marcato tasso poetico, i tre protagonisti della pièce restituiscono al pubblico dinamiche psicologiche e comportamenti concreti di una gioventù che, pur essendo perfettamente dentro alla contemporaneità, vive in maniera rabbiosa quell’antico senso d’esclusione, ora sociale, ora sentimentale, che in assenza di solide difese culturali, conduce al delirio di onnipotenza o al nichilismo, derive solo apparentemente contrapposte ma figlie dello stesso disagio.
La scrittura di Franci, lungi da qualsiasi seduzione mimetica e realistica, sembra inserire i personaggi “eroi” di un mondo violento all’interno di una struttura poetico-evocativa il cui obiettivo non è probabilmente quello di “umanizzare” i personaggi, quanto quello di renderli prossimi allo spettatore, quasi a voler ridestare nel pubblico “ben educato” il sentimento, il ricordo o la nostalgia di uno stesso ancestrale disagio sociale.
Valerio Di Benedetto, Riccardo Pieretti e Fabio Vasco, i tre giovani interpreti già diretti da Franci in L’effetto che fa, riescono a gestire con grande naturalezza la complessità di personaggi violenti, senza cadere nello stereotipo e, anzi, ridefinendo i loro caratteri all’insegna di quella “normalità” della violenza che è l’aspetto più inquietante delle contemporanee declinazioni del fascismo. Insomma, Roma Caput Mundi di Franci, al di là del significativo monito sociale, sembra anche indicarci una possibilità alternativa di mettere in scena e trattare la violenza, il conflitto sociale e le dinamiche di sopraffazione, indicandoci le tracce di un fascismo più subdolo e strisciante, un fascismo 3.0, radicato nelle nostre vite più di quanto potremmo sospettare.

 

Replica del 19/10/18, Off/Off Theatre di Roma