Siamo nell’America degli anni novanta, uno strambo uomo – Joel – con scarpe spaiate e una valigia misteriosa, è in procinto di percorrere un viaggio del sé che gli farà conoscere la forza dell’amore, del dolore e della perdita: è “Road movie”, impegnato testo di Godfrey Hamilton in un toccante monologo di Angelo di Genio, con la regia di Sandro Mabellini, le musiche di Daniele Rotella e la produzione del Teatro dell’Elfo.

Un viaggio “dell’anima” che dura cinque giorni per percorrere di gran lena migliaia di chilometri, tanti quanti separano la New York di Joel – uomo d’affari tormentato con il vizio dell’alcool – e San Francisco, la terra dello spirito libero e artistico di Scott che ha avuto il grande merito di liberare Joel dalle sue paure e dai suoi freni inibitori e far scattare quell’amore capace di accorciare qualsiasi distanza socio-culturale e geografica. È la “potenza” imperturbabile di questo sentimento il vero motore di questo viaggio, durante il quale la coscienza e l’anima di Joel vengono scosse dall’incontro di tre donne: sono donne forti e sofferenti che involontariamente iniziano Joel alla malattia e al dolore, inconsapevole del beffardo destino che lo aspetta.

Road movie non è però semplicemente uno spettacolo sull’accettazione dell’omosessualità e sull’amore capace di superare qualsiasi distanza, differenza e paura, ma è soprattutto uno spettacolo sulla conoscenza del sé, sulla malattia, sul dolore e sulla perdita che genera sgomento. Non importa quale sia la causa del dolore, se quello straziante di sopravvivere ad un figlio, quello di un soldato morto senza una tomba o, ancora, quello della perdita di un amante. Il dolore non ha distinzioni anche quando la malattia si chiama HIV. La perdita non lascia indifferente nessuno e genera la paura incurabile della solitudine, anche se non manca la speranza che “ci sarà sempre qualcosa che ti aiuterà a superarla”.

Il testo è forte, complesso e ricco di riferimenti, si respira l’America con tutte le sue contraddizioni socio-culturali e geografiche, si sente il dolore causato dalla guerra in Vietnam e infine, passando attraverso la storia di un amore gay, si tocca il tema stigmatizzante dell’Aids che, ancora oggi, fa paura. Ed è forse proprio l’accostamento del dolore generato dalla sconfitta di una guerra molto controversa come quella americana in Vietnam a quello generato – negli stessi anni ottanta – da una nuova, sconosciuta e nascosta “epidemia” a ferire insieme nel profondo l’animo di una comunità che si sentiva invincibile e a consacrare questo testo come prezioso documento storico e sociale. L’idea di non tralasciare nulla del testo originario rende l’impresa del regista molto ardua e, soprattutto, richiede un’interpretazione probante. E in effetti la forza dello spettacolo è tutto nella capacità del suo unico interprete: il talentuoso Angelo di Genio.

Non è solo memorabile lo sforzo mnemonico necessario a riportare un testo così parlato e verboso come quello di G. Hamilton a colpire della performance di Di Genio, ma soprattutto la capacità di vestire contemporaneamente e in maniera convincente i differenti ruoli.

La sfida è riuscita, tutte le interpretazioni sono credibili nonostante qualche piccolo e forse inevitabile “macchiettismo”. L’interpretazione rimane più convincente quando Di Genio veste i panni dell’intenso Joel e si rafforza nell’ironia di quelli femminili per poi depotenziarsi leggermente nella drammaticità, come se il dolore rimanesse imprigionato nel testo a causa della sua complessità drammaturgica. Infatti lo spettacolo risulta a tratti leggermente greve e lungo e non perfettamente equilibrato, il che, tuttavia, non intacca la regia semplice e poetica di Mabellini.

Infine, si fa notare la presenza costante, composta e crepuscolare sul palco di Giorgio Bernacchi che si alterna al piano e al violoncello nelle vesti di “fedele accompagnatore” degli stati d’animo, di coscienza e di tumulto interiore di Joel: la poesia d’altronde non richiede tanti orpelli o elementi ma solo un’osmosi dalle sue parti, qui felicemente ritrovata!

Roma, teatro Orologio, 03 dicembre 2016

Vittorio Sacco