Quando, in teatro, il silenzio diviene strumento di comunicazione

Come in un testo di Beckett, anche in “Mari” (“mare”, in messinese) sembra non succedere nulla, e le scarne battute si reiterano a volte in modo quasi ossessivo.

Eppure fin dall’inizio lo spettatore si sente partecipe di uno spazio e di un’atmosfera ben definiti: una spiaggia pressoché deserta, una notte senza luna, ove il rumore dei passi viene attenuato dalla sabbia, e il silenzio è rotto solo dal sommesso rompersi delle onde di un mare calmo. Un secchio, una flebile lanterna a gas, una cassetta di legno, da mercato, sulla quale siede un uomo con in mano una lenza. Poi, dal buio, emerge una figura femminile.

In questa scenografia minimalista prende forma, a poco e poco, l’immagine di un matrimonio forse appassito prima di fiorire, di un rapporto coniugale ove si è persa – o non c’è mai stata – una vera consonanza. E il tentativo pudico, a tratti maldestro, che la donna compie per ritrovarla, induce emotivamente una riflessione più generale sulla inadeguatezza della parola nella comunicazione fra umani.

Vengono alla mente tante altre coppie, nella letteratura e nell’esperienza personale, i cui rapporti son improntati, nel migliore dei casi, a una affettuosa incomprensione, spesso irreversibile.Caspanello In quel capolavoro di Anton Čechov che è “Il violino di Rothschild”, la consapevolezza di un rapporto affettivo fra il fabbricante di bare Jakov e la vecchia moglie Marfa avviene solo alla morte di lei. Qui, sul finale, in un contatto di mani immerse nell’acqua del mare, fra i due coniugi sembra riaccendersi la fiammella di un affetto a lungo sopito.

L’azione teatrale sta tutta nel lungo, accidentato processo emotivo che si risolve in quell’effimero contatto fisico, attraverso una ragnatela di lacerti verbali.

Caspanello sostiene che il dialetto messinese è ben più vicino all’italiano, rispetto al catanese o al palermitano, ma su tale contiguità l’alloglotta avanza sommesse perplessità. Vero è che inquelle battute smozzicate, nella tensione dei silenzi, l’impotenza comunicativa fra i due è palpabile, e assume un valore archetipico, perché dipinge una condizione esistenziale non legata al quel pezzo di Sicilia, ma universale.

Ed è questo elemento che, al di là dei riconoscimenti critici tributati all’autore (dal premo Riccione del 2003, fino quello dell’Associazione Nazionale dei Critici di Teatro, nel 2008), spiega la fortuna che il testo ha avuto e continua ad avere anche all’estero, tradotto in varie lingue e, addirittura, proposto all’università di Hong Kong in lingua originale. Pur sapendo che i testi di Caspanello vengono portati in scena anche da compagnie straniere, risulta difficile scorporarli dal suo profilo aquilino, dalla figura asciutta, inequivocabilmente sicula di Cinzia Muscolino, non solo presente in scena nella quasi totalità degli spettacoli di Tino, ma anche sua musa ispiratrice.
Nel suo cammino artistico Caspanello ha esplorato anche temi di rilevanza sociale. Ricordo “1952. A Danilo Dolci”, visto a “Primavera dei teatri” nel 2012: una partecipata evocazione di quella atipica figura di rivoluzionario. “Malastrada” è invece un’inquietante, criptica metafora che allude al ponte sullo stretto. I suoi testi teatrali, ormai una dozzina, sono stati pubblicati in diversi volumi. Ma forse è proprio con “Mari” che, con più chiarezza, si evidenzia la sua personale poetica, l’essenzialità degli elementi scenici (la formazione originaria di Caspanello è di scenografo), coniugata con un’analoga sobrietà verbale, dove i silenzi, i gesti, i contatti fisici minimali diventano, paradossalmente, strumenti comunicativi, carichi di suggestioni.

                                                                             Claudio Facchinelli

 

Visto al Teatro Libero di Milano il 25 marzo 2017, nell’ambito della rassegna Palco Off – Autori, attori, storie di Sicilia

 

 

Mari, di e con Tino Caspanello, con Cinzia Muscolino

Produzione Teatro Pubblico Incanto – Pagliara (ME)