“Il senso dei luoghi”, di cui tre anni fa si è celebrato il decimo anno di vita (e la terza edizione) è un testo imprescindibile per conoscere l’Italia perduta, quella inghiottita dalla storia. Il suo autore, Vito Teti, professore ordinario di Antropologia culturale, torna sul tema con “Quel che resta”, edito anche stavolta da Donzelli ed impreziosito da una prefazione di Claudio Magris. Troppo forte, e doloroso, l’impatto emotivo post-Amatrice per non risvegliare in Teti la voglia di narrare, di esplorare, di indignarsi. Non solo abbandono, ma anche ritorno, ed un neologismo, la “restanza”, di cui è intriso tutto il libro. Un lavoro dotto e ricco di dettagli, in cui dalla Calabria si parla al Mondo, e che non è sterile nostalgia ma, anzi, vitalissimo Racconto. Si riannoda il filo con il lavoro precedente, in un’ampia sezione introduttiva, per poi indagare sul concetto di rovine (affondando nel mito) e di reliquie, con tutti i culti annessi. In un’altra sezione, chiamata Vuoti, c’è l’essenza più intima del lavoro di Teti, legata alla malinconia contemplativa, intesa come risorsa, e non certo sterile affezione alla decadenza. Infine, nell’ultima parte (Ombre), il discorso diventa più filosofico, parlando in modo altissimo di nostalgia, fino al graffio finale, “La fine del paese presepe”, sui cui è bene fissare il punto, e l’attenzione, per tutto quello che verrà. Un lavoro politico, “Quel che resta”, di enorme valore e spessore. Da leggere a scuola, dove la geografia è sorella povera, e bistrattata dal Ministero. Ed è anche un’occasione per recuperare qualche lavoro precedente dell’abbondante produzione del professore, lucido e tagliente lettore dell’Italia che fu, che è e che sarà.

Antonio Mocciola