Esposte agli Uffizi 72 opere che svelano un filone poco noto dell’arte fiorentina tra Cinque e Seicento.

 

10743735_10154693410320162_1638853667_nFIRENZE Visitando la mostra “Puro semplice e naturale nell’ arte a Firenze tra Cinque e Seicento” (agli Uffizi fino al 2 novembre) si riscopre una linea espressiva dell’arte fiorentina che fu ragguardevole nel corso dei due secoli citati, ma che generalmente è poco esplorata dalla critica storiografica. Alludiamo a quelle sculture e pitture che rivelano una profonda attenzione al dato naturale, al disegno, alla chiarezza iconografica e alla serenità espressiva. Artisti e opere d’arte ancora in cerca di una definizione – come affermato da Cristina Acidini, sovrintendente del Polo Museale di Firenze – accomunati dalla ricerca di semplicità e chiarezza, ma penalizzati dal giudizio riduttivo espresso a suo tempo da Giorgio Vasari.

 

L’artista aretino, nelle celebri “Vite de’ più eccellenti architetti, pittori et scultori italiani” (1550, 1568), esaltava infatti la cosiddetta «Maniera moderna» come superamento degli arcaicismi della tradizione quattrocentesca e collocava Leonardo, Michelangelo e Raffaello al centro di questo periodo di «somma perfezione». Accanto a loro, ma con un minor grado di  eccellenza, Andrea del Sarto e Fra Bartolomeo, esponenti di una tradizione gloriosa, ma interpreti di tendenze ormai superate e senza futuro. Non poteva essere altrimenti per il massimo esponente di quell’arte ricercata ed elegante che caratterizzava la corte di Cosimo I. Eppure, proprio Fra Bartolomeo e Andrea del Sarto furono un modello di riferimento imprescindibile durante gli anni della magnificenza medicea e, a fine Cinquecento, riuscirono a soppiantare il cosiddetto “vasarismo” perché meglio rispondenti alle esigenze dottrinarie sancite dal Concilio di Trento. Artisti come Santi di Tito e Jacopo da Empoli si impegnarono così nel rilancio di quei maestri; operazione riproposta a metà Seicento anche da Lorenzo Lippi e Antonio Novelli che videro in loro una valida alternativa alla dilagante figurazione barocca.

 

L’intento dei curatori, Alessandra Giannotti e Claudio Pizzorusso, è proprio quello di sovvertire il luogo comune di origine vasariana e di offrire un’inedita lettura prospettica che riveli la forza di novità che caratterizzò anche quella linea dell’arte fiorentina, seppur fedele ai propri modelli. Ma la novità maggiore della mostra è quella di aver rintracciato le origini di questa cifra stilistica in opere del primo Cinquecento. E il pensiero non può non andare a Fra Girolamo Savonarola e al registro di nobile chiarezza a lui tanto caro. Le sue indicazioni per la ricerca di una devozionalità intensa e un’iconografia comprensibile dell’evento religioso furono condivise sia da artisti quali Fra Bartolomeo e Lorenzo di Credi, che parteciparono al bruciamento delle vanità del 1497 e 1498, sia da botteghe quali quelle dei Ghirlandaio e dei Della Robbia.


Furono loro, con Andrea del Sarto, maestro insuperabile del disegno dal naturale, a fondare quei principi della “fiorentinità” che restarono validi per oltre un secolo e mezzo e che la mostra illustra attraverso specifiche sezioni cronologiche e tematiche. In questo modo è possibile seguire in senso diacronico la persistenza di piacevole chiarezza e quieta grandezza di questo corso dell’arte, restituendo un più adeguato ruolo, ad esempio ai Sansovino, a Franciabigio, Bugiardini e Sogliani, artisti ‘mediatori’ verso Bronzino, Poggini, Giovanni Bandini e la più tarda generazione di Ciampelli, Tarchiani, Vannini e Antonio Novelli. Si può inoltre verificare, in un confronto diretto incentrato su tre temi (l’espressione degli affetti, l’evidenza degli oggetti quotidiani, la nobile semplicità degli eventi sacri), l’effettiva consistenza di questo particolare lascito culturale.

 

Ma l’esposizione non si limita alla produzione pittorica e scultorea. Nel periodo preso in considerazione, a Firenze e nei dintorni vengono edificati palazzi e ville a cui possono applicarsi, in un’analisi stilistica e formale, gli stessi principi di chiarezza e semplicità. Si pensi, ad esempio, a Santi di Tito, presente in mostra con alcuni dipinti. L’artista espresse anche nelle opere in muratura la volontà di richiamare e rielaborare la grande tradizione del Rinascimento architettonico fiorentino, da Michelozzo a Brunelleschi e oltre. Un filmato realizzato per l’occasione svela questi dati in alcuni suoi edifici quali Villa Il Riposo (Grassina), Villa Montrone (Peretola), Villa Le Corti (San Casciano Val di Pesa), o la Cappella di San Michele (Petrognano).

 

Lorena Vallieri

 

Puro, semplice e naturale nell’arte a Firenze tra Cinque e Seicento – a cura di Alessandra Giannotti e Claudio Pizzorusso.

Firenze, Galleria degli Uffizi (17 giugno – 2 novembre 2014).

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