Al traguardo della maggiore età sono andati consolidandosi, nella fisionomia del festival, alcuni importanti elementi che lo caratterizzano dalla sua nascita.

Masculu e Fìammina, con Saverio La Ruina. Foto ©Masiar Pasquali

Avendo seguito con affettuosa partecipazione la quasi totalità delle edizioni di Primavera dei Teatri, devo riconoscere alla direzione artistica di avere evitato, da sempre, la facile scorciatoia del nome famoso, la strizzata d’occhio al personaggio di risonanza televisiva. Malgrado ciò – o forse proprio per questo motivo – è andato invece consolidandosi un corpus di spettatori appassionati, costituto non solo da addetti ai lavori, ma di persone che hanno fiducia nella qualità delle scelte artistiche, gente interessata e curiosa anche di scoprire giovani realtà, non ancora conosciute presso il grande pubblico. A questo proposito va segnalata la più volte rilevata, preziosa funzione di talent scout che il festival ha svolto in questi anni.

Ma quest’anno c’è stata anche una novità, che pure era nell’aria. Un festival non può limitarsi ad essere un emporio che espone, in ordine sparso, prodotti teatrali. Abbiamo attraversato – e spero superato – una lunga stagione che ha appiattito il gusto, uniformandolo alla inconsistente, luccicante banalità del piccolo schermo. È quindi precipuo dovere degli operatori più sensibili fare politica culturale; il che significa, anche e specialmente, promuovere l’educazione alla visione.

Agli incontri mattinali con le compagnie (integrati lo scorso anno da quelli pomeridiani al Caffè Letterario) si è affiancato, quest’anno, U Crivu (Il Setaccio), un laboratorio di scrittura diretto dalla redazione della testata giornalistica on line Teatro e critica, che ha prodotto per tutta la durata del festival un foglio che riportava giornalmente informazioni, interviste, recensioni, riflessioni. Uno spazio creativo cui hanno dato il loro contributo un drappello di ragazze (un unico maschio) colte, motivate, appassionate.

Ma c’è un altro elemento importante da segnalare, solo apparentemente marginale: quest’anno, fra le stagiste erano presenti due ragazze pachistane, arrivate un paio di anni fa in Italia sui barconi: un fatto quasi commovente, dal forte valore simbolico e – ancor più – di rilevanza politica.

E, ancora, una novità che fa ben sperare: dopo trent’anni è stato riaperto il teatro Vittoria; o meglio, ancora una volta la maestria di Tonino Lioi, lo storico direttore tecnico di Primavera dei Teatri, ha fatto il miracolo, trasformando in teatro agibile e funzionante uno spazio ancora privo delle sue strutture essenziali. Ma il fatto è indubbiamente di buon auspicio.

Anche la presente edizione del festival ha offerto l’opportunità di uno sguardo sul variegato panorama della nuova drammaturgia italiana, e consente di individuare alcune linee di tendenza.

Molti spettacoli rivelano – anzi, dichiarano esplicitamente – la loro natura di creazione di gruppo, se non addirittura di esito di un processo laboratoriale. Una modalità di lavoro che sembra affermarsi, anche in compagini dove è presente una figura di maggior esperienza, in funzione di discreto, maieutico mentore.

Un’altra considerazione riguarda la convivenza fra l’attitudine a una rivisitazione dei classici e l’interesse per le forme della cultura giovanile. Si tratta, in effetti, di una contrapposizione solo apparente. Se molti del lavori proposti (Tropicana, La Crepanza, Lingua di cane, La Cerimonia) sono ascrivibili a quest’ultimo ambito, anche laddove ci si è rivolti ai classici (Sofocle, Čechov, addirittura all’Antico testamento), si tratta di riscritture, dove entrano di prepotenza il presente, la cronaca, i linguaggi espressivi odierni.

Così nel Cantico de Cantici, dove Roberto Latini, alla maniera di Carmelo Bene (ma abbiamo ben tutti un padre e una madre), da un lato restituisce senza pudori la natura limpidamente erotica del testo; dall’altro la inserisce nella cornice spiazzante di una radio libera.

AIACE ph. Angelo Maggio

Attualizzato anche il contesto di una riscrittura dell’Aiace, di Stabilemobile, dove la tragedia sofoclea offre l’occasione per una riflessine sull’esclusione, la diversità, nella quale ha una parte importante la suggestione figurativa e vocale di un attore ivoriano e della sua lingua, il bambara.

Ancora più esplicito è il richiamo alla cronaca, e al doloroso, epocale fenomeno degli sbarchi, in Lingua di cane, di Giuseppe Tutino – Sabrina Petix / Compagnia dell’Arpa: uno spettacolo dalla struttura scopertamente laboratoriale, ma non per questo meno efficace, espresso in una babele linguistica, cui si sposano le melodie barocche di Henry Purcell.

Su una linea parallela si muove Caprò, di Teatro immediato: un tuffo nella nostra storia di migrazioni di fine ’800, vista con gli occhi del popolo minuto, alla maniera degli Annales, di Le Goff, di Carlo Ginzburg. La cifra espressiva di un efficacissimo Edoardo Oliva, inizialmente turgida, feroce, fatta di singulti e ruggiti, sottolineata da un accompagnamento sonoro altrettanto violento, scandito da rabbiosi colpi di martello su un’incudine, si scioglie successivamente e termina in levare, con un finale aperto, fatto di tenerezza e speranza.

ph. Angelo Maggio

L’abituale ironia irriverente di Babilonia Teatri si esprime nel quasi surreale (o forse iperrealista) Pedigree, ove Enrico Castellani spariglia le carte da par suo, affrontando il tema della generazione in provetta.

Divertente, ma forse eccessivo nell’eterogenea abbondanza dei linguaggi espressivi, Franco Stone – una storia vera, dei Sacchi di Sabbia: una ingegnosa, strampalata – ma venduta come plausibile – ricostruzione dell’origine del capolavoro gotico di Mary Shelley: Frankenstein.

Nell’impossibilità di dar conto della totalità degli spettacoli proposti, pur tutti degni di attenzione, è doveroso riferire in modo un po’ meno frettoloso sull’ultima produzione di Scena Verticale.

Con Masculu e fìammina Saverio La Ruina, drammaturgo e regista oltre che interprete, ritorna felicemente al genere del monologo, forse la forma drammaturgica più vicina alle sue corde. Oggi Il tabù della diversità di orientamento sessuale è ormai superato, anche grazie alle ultime riforme legislative. Lo spettacolo va ben oltre la perorazione civile, o la rivendicazione del diritto ad un’identità altra.

ph. Angelo Maggio

È piuttosto l’evocazione, percorsa da una delicata, pudica poesia, di un lungo, complesso itinerario d’amore, nella forma di un’affettuosa confessione che il protagonista, presso la tomba innevata di un cimitero, indirizza alla madre morta, probabilmente consapevole della cosiddetta diversità del figlio. Una cifra minimalista, fin dalla essenziale scenografia (coerente con quella che informava La Borto e Dissonorata), che si esprime in gesti, in espressioni del viso, in lievi modulazioni del registro vocale. Si direbbe che Saverio, senza concedere ad alcuno degli stereotipi vigenti sull’omosessuale, abbia scelto di pescare con intelligenza e sensibilità in quella zona femminile presente in ogni maschio, costruendo un personaggio la cui umanità cattura lo spettatore.

Infine, da segnalare il felice ritorno di Òyes a Primavera dei teatri. Con Io non sono un gabbiano, dopo la precedente, originale riscrittura dello Zio Vanja, la compagnia e il loro regista Stefano Cordella tornano a visitare un testo čechoviano. L’elaborazione drammaturgica del gruppo è qui anche più ardita rispetto allo spettacolo precedente, e prende vistosamente le distanze dal testo originale fin dal titolo, che rovescia ironicamente l’ossessiva battuta di Nina Zarečnaja, l’eroina de Il gabbiano (“Io sono un gabbiano”). La successione dei fatti, come il ruolo di alcuni personaggi, viene stravolta. All’inizio dello spettacolo l’Arkadina, madre di Kostja, è morta, e l’insignificante maestro elementare Medvedenko, nel ruolo di personaggio coro, conduttore di una sorta di spettacolo nello spettacolo, tira le fila di ciò che succede, riducendo ogni accadimanto a banalità. Ma dietro una visione apparentemente goliardica, battute di metateatro (“Sorin, ma tu sei morto!”), si individua una costruzione drammaturgica intelligente, seria e documentata, che restituisce con ironia la pittura di quell’umanità frustrata, di quella “gente inutile”, che popola l’universo di Čechov. E, a tratti, emergono anche le riflessioni di Anton Pavlovič sull’arte, la sua poetica e, come punte di un iceberg, pure le battute de Il gabbiano.

 

Claudio Facchinelli

 

Primavera dei teatri. Nuovi linguaggi della scena contemporanea

Castrovillari, 30 maggio / 4 giugno 2017 – XVIII edizione