Spiace, nel momento in cui mi appresto a riferire di una coraggiosa e intrigante produzione del Teatro i di Milano, dover anche comunicare che, con tale spettacolo, la programmazione del teatro è sospesa fino a settembre.

Si tratta, non di una necessità indotta dalla situazione economica (fatto che, di questi tempi, non farebbe notizia), ma di un atto di protesta, in forma clamorosa, per una serie di inadempienze, di promesse non mantenute dalle precedenti amministrazioni comunali e, buona ultima, la forzata interruzione per lavori di risanamento dell’amianto, programmati da anni ed effettuati giusto all’inizio di quest’anno, cioè nel periodo più delicato ed improvvido per un teatro.

photo by Roberto Rognoni

photo by Roberto Rognoni

Diretto inizialmente da Renzo Martinelli e Federica Fracassi, affiancati dal 2005 da Francesca Garolla, Teatro i è, da anni, un luogo riconosciuto di riferimento per l’esplorazione della nuova drammaturgia e della sperimentazione teatrale. Nel corso delle sue undici stagioni ha ospitato o messo in scena spettacoli di grande interesse, di autori spesso guardati con diffidenza, e quindi poco frequentati dagli organismi di produzione e di distribuzione teatrale. Da citare, a titolo di esempio, due non facili testi di Bernard-Marie Koltes, Nella solitudine di campi di cotone (con Michele Di Mauro e Fulvio Cauteruccio, regia di Annalisa Bianco e Virginio Liberti), e la memorabile messinscena di Lotta di negro e cani, con regia dello stesso Martinelli; Lucido, uno delle prime opere di Rafael Spregelburd arrivate in Italia, con Milena Costanzo e Roberto Rustoni; testi di drammaturghi italiani, come la trilogia hitleriana di Massimo Sgorbani; o anche scritture e drammaturgie originali, come N.N. Figli di nessuno e Solo di me – Se non fossi stata Ifigenia sarei Alcesti o Medea, di Francesca Garolla.

È a Francesca Garolla che mi rivolgo per qualche ulteriore ragguaglio. Corpo minuto, viso da bimba: nessuno crederebbe abbia superato i trent’anni. Nella conduzione simpaticamente artigianale del Teatro i, le tocca anche, a volte, di strappare i biglietti all’entrata, ma ha già conseguito importanti riconoscimenti come autrice, anche all’estero. Da qualche anno è il dramaturg della compagnia.

È lei a farmi notare che quello spazio, con una sala di novanta posti, non ha un vero ufficio, ma un unico locale che è, ad un tempo, anche atrio, biglietteria e cabina di regia; che non dispone di camerini.

Detto ciò, preferiamo parlare di Piangiamo la scomparsa di Bonn Park, un testo atipico fin dal titolo: Bonn Park, infatti, è anche il nome dell’autore: ventinove anni, nato a Berlino da genitori coreani.

“Si tratta di un’opera assolutamente inedita,” mi dice, “mai rappresentata integralmente prima di noi. L’autore la scrive a ventiquattro anni. Lo spettacolo si inserisce nel progetto di cooperazione europea Fabulamundi, finalizzato a costruire una piattaforma di scambio per la drammaturgia contemporanea. Questa iniziativa ci ha permesso di intercettare autori e testi che altrimenti sarebbe stato impossibile incontrare. Ha carattere sperimentale, e consiste nel lavorare su testi che non hanno alcuna esperienza di palcoscenico, il cui risultato spettacolare è tutto da costruire”.

“Il testo di Bonn,” prosegue Francesca, “aveva una struttura molto particolare: è quasi completamente privo di dialoghi e di un impianto narrativo o cronologico tradizionale; non ha personaggi realmente definiti. Il lavoro di regia e di drammaturgia si è realizzato soprattutto nel creare un’azione scenica, attraverso l’assegnazione delle parti e la costruzione di un immaginario, che ha poi determinato il carattere ironico della messinscena, e ha giocato con generi (teatrali e non solo) molto diversi tra loro”.

Secondo una scelta connaturata alla cifra stilistica di Martinelli, anche la disposizione del pubblico rompe lo schema tradizionale, e implica un interagire degli spettatori con l’azione drammatica.

In scena quattro attori, in una molteplicità di ruoli, con scambi d’abito e di sesso. Fra gli altri, Luca Toracca, di anno in anno sempre più inquietante nell’ormai abituale frequentazione di ruoli en travesti. Irresistibile Paola Tintinelli, folletto in calzoni di foggia maschile, perigliosamente appesi ad improbabili bretelle, dotata di una presenza scenica e di una vis comica naturale, genetica.

Non è agevole, con un simile testo, ricostruire il filo logico di un’azione che, predominata dal registro grottesco, procede in ordine sparso. Si direbbe che un giovane intellettuale si sia suicidato (o forse sia stato ucciso) buttandosi dalla finestra. Assistiamo quindi a reiterati necrologi di fronte a una bara vuota; ora a brandelli di una sgangherata inchiesta di polizia (casuale, ma imprescindibile, il riferimento alla morte di Giulio Regeni); ora a scene di strada; ora a una lettura del testamento, nella forma beffarda di un macabro gioco di società. Ma il contesto generale, l’uso spregiudicato ma efficace delle luci e delle amplificazioni sonore, certi riferimenti musicali, richiamano piuttosto un’atmosfera da cabaret espressionista.

Il ritmo tiene, gli attori (oltre ai già citati, Vincenza Pastore e Massimo Scola) sono affiatati, si danno con generosità, e lo spettacolo, pur sconcertando, diverte e coinvolge.

Ragion di più per rammaricarsi dell’interruzione di un’attività ricca di storia passata e gravida di progettualità future.

Claudio Facchinelli

Piangiamo la scomparsa di Bonn Park, di Bonn Park.

Regia di Renzo Martinelli

Con Luca Toracca, Paola Tintinelli, Vincenza Pastore, Massimo Sola.

Dramaturg, Francesca Garolla

Traduzione di Adriano Murelli

Luci di Mattia De Pace, suono di Fabio Cinicola

Video di Giuseppe Ragazzini.

Voce registrata di Pietro Ubaldi

Produzione Teatro i con il sostegno di Fabulamundi Playwriting Europe – Crossing generation

Visto al Teatro i di Milano il 22 marzo 2016