Andy_Warhol_by_Jack_MitchellLe sue opere sono icone, icone del nostro tempo, immagini facenti parte del nostro quotidiano; le sue opere sono ovunque, disseminate tra l’America e l’Europa, ma non ci stanca mai di assistere a una mostra dedicata interamente ad Andy Warhol. Inserita nel progetto “Autunno Americano” la mostra “Warhol” ha inaugurato il 24 ottobre a Palazzo Reale di Milano, e sarà aperta fino al 9 marzo 2014. Singolarità dell’esposizione è l’appartenenza delle opere, tutte delle Brant Foundation di Peter Brant, amico di Warhol e personalità di spicco negli anni ‘60 e ’70. I curatori appunto Peter Brant e Francesco Bonami hanno creato un percorso, che consta di circa 160 opere, che altro non è che un vero e proprio cammino nella vita, nella gloria e/o popolarità di Warhol; ma soprattutto è un percorso che lentamente ci fa scoprire la genialità dell’artista.

Il suo rendere icone personaggi, immagini, oggetti del quotidiano è un gesto di duchampiana memoria, e allo stesso tempo strettamente collegato alle opere – precedenti di circa un decennio – di Robert Rauschenberg e Jasper Johns; ma è pur vero che Warhol porta questo gesto alle estreme conseguenze, l’estremizzazione è la genialità!

Viviamo nel secondo decennio degli anni 2000, è tutto un “postare”, “taggare”, twittare”, l’era dei social network durante la quale tutti tentano – in modo fallimentare – di divenire icone, accontentandosi proprio di quel quarto d’ora di popolarità che il medesimo Warhol aveva preconizzato, avremmo avuto e cercato tutti. Le sue opere a primo acchito non hanno quindi nulla di rivoluzionario, ma Warhol, dando semplicemente sfogo alle sue ossessioni, le ha pensate e create con circa quarant’anni di anticipo. Questa sua essenza antesignana è tangibile nella mostra meneghina. Ci si trova a osservare con venerazione i barattoli della “Campbell” o le bottiglie di “Cocacola”, con stupore e riverenza le immagini serigrafate di Elvis, Mao, Marylin, personaggi-divi di un tempo che non c’è più. O ancora ci si ritrova travolti dai fortissimi colori dei Flowers, attratti dagli altrettanto colorati e dirompenti Skulls (teschi), o dal gigantesco dipinto creato dalla miscela di pittura e urina Oxidation Painting, unica opera senza un disegno e che fortemente evoca l’arte informale. Si guardano con curiosità le tantissime polaroid che ritraggono o lo stesso Warhol con la famosa parrucca bionda o travestito da donna, o i tanti personaggi-amici della Factory, perlopiù celebrities del jet-set internazionale degli esplosivi anni ’70 e ’80: Joan Collins, Robert Mapplethorpe, Truman Capote, Jane Fonda, Liza Minelli, Pelé, Nureyev, Leo Catelli, Valentino, giusto per citarne alcuni e sottolineare la trasversalità dell’artista. L’allestimento si chiude con un omaggio all’arte italiana, la versione pop de “L’ultima cena”, non emulazione, non copia ma rilettura, riproposizione di un dipinto di culto che appartiene a tutti.

Palpabile è l’ossessione di Warhol di catturare il reale in cui viveva, il tempo che gli sfuggiva, un mondo che cambiava e cambia tutt’oggi alla velocità della luce; un’ossessione che l’ha reso amato, popolare, copiato ma pur sempre inimitabile.

Mariarosaria Mazzone