Un gruppo teatrale nato appositamente e unicamente per questo allestimento, insieme al “Coro delle voci bianche della Val di Non”, ha concepito a Roma e affrontato a Napoli nello scorso Luglio il celebre, arduo testo di Jean C. Carrière “La Conferenza degli uccelli”. Gli attori sono stati scelti sulla base della loro motivazione. Dando così luogo ad uno dei più interessanti esperimenti teatrali di questo momento.

La congiuntura storica della riesumazione avvenuta negli anni ’70 di questo testo è quella, intensissima, della scuola di Peter Brook e del rapporto della sua scuola intera con le filosofie orientali, che poi troppo orientali non sono, visto che hanno lasciato impronta indelebile nella psicologia molto occidentale di C. G. Jung.

Il valore di questo spettacolo è strettamente collegato al suo significato, spesso controverso, e rilevanza culturale. Racconta che i trenta uccelli volessero andare a incontrare il loro re, l’uccello Simurgh. È costui immortale e possiede un nido nell’albero del sapere. Ma anche – a seconda delle versioni – alternandolo con quello della vita. Ogni volta che se ne allontana, i semi di tutte le piante del mondo ne cadono. Così come il buon teatro può fare la stessa cosa.

Essendo passato, per esempio, attraverso tre apocalissi e rinascite successive del mondo, egli è al di sopra di tutto, ma allo stesso tempo il suo senso è, se mai ne debba essere detto uno, il perfezionamento di sé. Il Simurgh è un processo, o al massimo il suo simbolo, non un essere vivo, la religione iraniana, o occidentale (o sincretica?) come sempre lo adoperava per alludere ad un insegnamento sapienziale (non si entra qui nel dibattito storico-religioso, se nel mito esistano riferimenti ad animali realmente esistiti o no). A maggior ragione dunque parla a tutti gli esseri del loro perfezionamento, quindi gli uomini e donne di teatro che lo affrontano non possono che passare attraverso il percorso iniziatico e di illuminazione (è onesto che lo confessino, ma superfluo, nel programma di sala), a cui in fondo tenderebbe qualunque esistenza, perché questo testo richiama con grande potenza a quel compito, anche chi forse volesse sottrarvisi o ignorarlo. E’ un compito anche dal punto di vista rappresentativo, di prestazione scenica: come si fa, direbbe Carlo Ginzburg, a alternare a tale livello l’alto e il basso, ma restando scevri da vertigini? Come si può, come siamo potuti entrare nella cantina del Teatro nuovo senza ricordarsi che è la porta, più che del campano Averno, delle catene montuose più alte che si confondono con la stratosfera? Qualcuno potrebbe fermarsi prima, spaventato. Ma hic Rhodus, hic salta: trapelata la luce attraverso quello spiraglio, non si può fare a meno di provare a sfondare la porta.

Di certo questo stesso bagaglio di esperienza è stato accumulato da Carrière insieme a Brook, la cui cooperazione fu come è notorio intrinseca. Ma una volta trascorso quel momento, e forse gli attori della compagnia quel momento non potevano esperirlo per motivi anagrafici, possiamo oggi riprovare ad allargare lo spiraglio ? essi si/ci chiedono, conturbanti alcuni di loro. E hanno ragione, ne hanno bisogno più urgentemente di Carrière. Il paese, in particolare la città e soprattutto il festival ne hanno ancora più bisogno. Le tecniche vocali sono anche esse orientali (particolarmente efficace il coro del Trentino che vi ha co-lavorato). Lo spettacolo usa tra l’altro i sopratoni o ipertoni, come i cantori dei Tuva nell’Asia centrale; forse è anche un supporto per spiccare il volo verso il Simurgh, non si sa: ci si aiuta come si può, Napoli ne sa qualcosa. Non è qui “messa in scena”: queste sono “tecniche del sé” (foucaultianamente, techniques de soi, Selbsttechniken) culturali, di culture che noi solo udiamo raccontate, ma che non vediamo – al massimo qualche volta le bombardiamo per bene con i nostri cari “alleati” – a venire messe in scena.

Per il resto è molto bello vedere come il confine tra umano e animale così velocemente scompaia, quando i movimenti (a volte molto inquieti) degli attori riproducono quelli degli individui in uno stormo; anche questa, una tecnica che le arti del teatro apprendono dalla natura, volare in tanti e velocemente, ma senza scontrarsi. Tutta la nostra scienza non ha mai capito come questa tecnica raffinatissima funziona; se lo avesse, non esisterebbero collisioni aeree. Ed è bello dimostrare, come fa Anna Redi, che anche gli umani possono sforzarsi di essere raffinati come gli uccelli, con ottimi risultati che forse anche gli uccelli apprezzerebbero. Il Cullberg Ballet ha fatto simili esperimenti molto tempo prima, ma anche loro sono solo memoria.

La recitazione in alcuni casi è troppo letta da spartito, inespressiva. In ogni modo discontinua, come sempre ogni prestazione dipende dalle possibilità del singolo attore. Siamo ugualmente di nuovo grati ad Anna Redi di questo dono, di aprire lo spiraglio; e dell’impegno che si è assunta, e ha fatto assumere ai suoi giovani compagni di strada. Che lo abbiano assunto si vede dal primo momento, sono sulla scena come surriscaldati e non ci entrano niente qui le temperature estive. A parte qualche indulgenza allo slapstick, che mentre entriamo nel testo ci fa piacere, ci fa sentire ancora con i piedi per terra e ridere.

Paolo Sanvito