Seconda puntata del reportage sul Mittelfest curato da Claudio Facchinelli

Le sorelle Marinetti, protagoniste con Arella Reggi di "Sciantose, eccentriche e dive del microfono"

Le sorelle Marinetti, protagoniste con Arella Reggi di “Sciantose, eccentriche e dive del microfono”

Cividale, 21 luglio 2014, Tema ricorrente di questa edizione del Mittelfest, indotto dal centenario, è la Grande Guerra.
L’esecuzione del Requiem di Verdi, diretto lo scorso 6 luglio dal maestro Ricardo Muti nel friulano sacrario di Redipuglia, ne costituiva il prodromo, ma molte sono le occasioni per declinarlo, a volte anche in leggerezza. Così è stato nello spettacolo conclusivo di ieri sera, domenica, in Piazza Duomo.
Una brillante, storica gloria del teatro leggero italiano, Ariella Reggio, assistita dal trio delle Sorelle Marinetti (tre autoironici cantanti en travesti), ha dato vita al divertente Sciantose, eccentriche e dive del microfono – Storia di canzonette e di guerre mondiali, scritto e diretto da Giorgio Bozzo, assieme a Chistian Schmitz (che accompagnava al pianoforte l’atipico, eteroclito gruppo). Un panorama che, muovendo dalle sdolcinature di Fili d’oro e dalle gioiose trasgressioni della Belle époque, giungeva fino allo swing del Trio Lescano: come biscon una sapida poesia di Trilussa detta dall’indomabile Ariella.
Molte le attese per Sketches – da Faustin & Out dentro fuori sopra e sotto il Faust di Goethe di Elfriede Jelinek, insignita del Nobel nel 2004, per il quale si era organizzato un incontro introduttivo. Luigi Reitani, curatore di molte delle opere dell’autrice, e Fabrizio Arcuri, regista dello spettacolo, ci avevano illustrato la difficoltà di tradurre un linguaggio denso di rimandi e giochi di parole, ma specialmente della messa in scena una struttura drammaturgica connotata da un programmatico scollamento fra l’azione e il contenuto verbale, coerente con i principi della scrittura post-drammatica.
Malgrado questi prudenti ragguagli, il lavoro (che costituisce la prima parte di un’impegnativa trilogia, prodotta dall’Accademia degli Artefatti in collaborazione col Forum Jelinek) la suscitato notevoli perplessità. Se nel primo dei tre monologhi il porgere della brava Sandra Soncino riesce a catturare lo spettatore sortendo uno sconcerto che ha tuttavia una sua innegabile logica e forza teatrale, sfugge il senso delle scelte registiche che coinvolgono due attrici (Angela Malfitano e Francesca Mazza) la cui seria e sperimentata professionalità viene sacrificata da poco comprensibili costumi di peluche. È prematuro esprimere un giudizio su una scommessa, certo degna di rispetto, ma che, al momento, appare alquanto spericolata.
Anche questa volta, dopo tanta tensione intellettuale, il pubblico ha avuto modo di rilassarsi con un concerto che prevedeva, in una successione solo apparentemente incongrua, ma stimolante, Mozart, un giovanile Schömberg non ancora dodecafonico, Haydn, Schubert e Webern, proposti dalla giovane Camerata Salzburg sotto la guida di Enrico Brunzi, impegnato nel doppio ruolo di violoncellista (con Haydn) e di direttore d’orchestra. Una gesto direttoriale, il suo, che sembrava informato alla non secondaria consuetudine con lo strumento ad arco.
Nel segno della gioventù, anche i due spettacoli visti oggi, lunedì: Mort a vendre e Una tomba per Boris Davidovič.
Il primo lavoro appare come il generoso esito di un laboratorio condotto dalla fiamminga Marin van den Broek con gli allievi del secondo corso della Civica Accademia “Nico Pepe” di Udine: un irruente patchwork di frammenti sulla Grande Guerra, tratti da Lussu, Ungaretti, Brecht, Monicelli, Edith Piaf ed altri, il cui incalzare superava il disordine delle citazioni, ogni volta sorrette da una passione e da un mestiere ormai acquisito, riscontrabili nella gestualità e nel porgere vocale, sia nei monologhi e nelle parti dialogate, sia in quelle corali. Incredibilmente efficaci due momenti di play back (Soldati e bombe dall’Opera da tre soldi di Brecht e Weil; e L’accordéoniste della Piaf) dove quella dozzina di ragazze e ragazzi si erano, ognuno, creati una personale mimica, diversa ma coerente con la fascinosa traccia sonora.
Con Una tomba per Boris Davidovič, come già con la Jelinek, il festival ha voluto compiere una scelta coraggiosa, ma culturalmente e politicamente qualificata.
Danilo Kiš, l’autore, è stato un esponente di quella cultura Jugoslavia – “Perché mai ex Jugoslavia”, si chiede provocatoriamente il regista, il croato Ivica Buljan: “mica parliamo di ex impero asburgico?” – che ha una sua identità, slava e balcanica, che poteva e doveva superare i nazionalismi. Da qui la scelta etica di un’operazione che vede lavorare insieme giovani artisti serbi, croati e sloveni.
L’intrinseca durezza, la violenza fisica – come l’autoflagellazione di una delle prime scene –l’origine non teatrale, ma narrativa del testo, la rilevanza della parola, in lingua serba, costituivano di per sé motivo di sconcerto, acuito da un progressivo sfasamento delle didascalie rispetto alle battute, e quindi all’azione.
Detto questo, lo spettacolo presenta non pochi elementi di notevole interesse. Le sue chiavi di lettura si possono riassumere nel concetto di cenotafio (la tomba vuota, di puro ricordo), illustrato inizialmente da un attore in platea; d’altro lato, nella particolare tecnica narrativa, alla maniera di Jorge Luis Borges – autore amato da Kiš – che mescola e confonde ad arte la documentazione puntuale con la finzione. Boris Davidovič era esistito veramente, ma il potere aveva prima cercato di fiaccarne la tempra e di sporcarne la figura; poi, di cancellarne il ricordo, manipolando la storia, secondo un procedimento abituale nello stalinismo (pensiamo al Grande Fratello orwelliano). Affrontando il complesso itinerario della trasposizione drammaturgica del testo sotto la mano sicura di Buljan (che torna al Mittelfest dopo diversi anni), i giovani attori si danno senza risparmio: cantano, suonano, lottano, sortendo risultati di forte impatto emotivo, a volte addirittura laceranti, che denunciano un’autentica urgenza di comunicazione.
A fine giornata. ormai a notte alta, la proiezione di Seven Chances, un film del ’25 dell’immortale Buster Keaton, girato in parte nei colori terrosi dei primi technicolor, accompagnato – come ai tempi d’oro del muto – da musiche dal vivo, qui composte ed eseguite da Zerorchestra. Una curiosità: il soggetto si basa su una commedia di quel David Belasco, già autore di un fumettone dal titolo The Girl of the Golden West, dal quale cui il nostro Puccini aveva tratto il primo “spaghetti western” della storia, La fanciulla del West.

Claudio Facchinelli