L’intenzione dichiarata dagli organizzatori del festival Milano Off 2017 era quella di coinvolgere l’intera città, sul modello dei Festival di Avignon o di Edinburgh, in una grande grande sagra culturale, dal 9 al 18 giugno: un’idea affascinante, ma le cose non sono andate come auspicato.

Onestamente, lo slogan “Per l’incremento della Felicità Interna Lorda – F.I.L.” non era dei più felici: in ambito economico, siamo abituati alle peggiori lordure ma, parlando di felicità, il termine non suonava particolarmente accattivante.

Poi, le dimensioni: dieci giorni, cinquanta spettacoli in quattordici diversi spazi. Ma, salvo alcune sale storiche (il Verdi, il Libero, e poche altre) si trattava spesso di locali che non avevano neppure i requisiti minimi di una sala prove, male oscurabili, ove venivano ospitate giovani e speranzose compagnie arrivate dagli angoli più remoti d’Italia, che a volte non trovavano neppure un apparato scenotecnico adeguato.

Oltre a ciò, la promozione, malgrado la sontuosa presentazione al Pavilion UniCredit, alla presenza di prestigiosi testimonial (Enrico Bertolino, Enrico Intra, Roberto Brivio), lasciata improvvidamente all’iniziativa di ciascun gruppo, non ha funzionato; e le compagnie sono andate spesso in scena di fronte a spettatori il cui numero stava sulle dita di una o due mani.

È mancato poi un visibile coinvolgimento del territorio, con luoghi di socializzazione e di confronto (meglio se di fronte a un bicchiere di vino) con e fra le compagnie: elemento che avrebbe potuto costituire un vero, opportuno collante artistico dell’iniziativa.

Espresse queste riserve, e preso atto della collocazione dispersiva delle varie sedi teatrali, al recensore non resta che commentare brevemente i pochi spettacoli cui è riuscito ad assistere, saltabeccando da un angolo all’altro di Milano.

Di uno, Avanim (Pietre), si è già riferito da queste colonne e, per la cronaca, malgrado la sua strabiliante qualità artistica, solo nelle ultime repliche, dopo un massiccio passa parola di spettatori entusiasti, nella platea del Teatro Verdi (duecento posti) si è riusciti a contare una sessantina di presenze.

La sala grande di Spazio Lambrate dichiara una capienza di settanta posti, ma eravamo in una dozzina ad assistere al pregevole Nasza klaza (La nostra classe) della compagnia Taratatà, di Castellammare di Stabia, con dieci attori in scena. La scenografia, costituita in tutto da dieci sedie, poteva avere un suo fascino essenziale, funzionale anche ad un spazio nudo, disadorno; non ad un locale con oggetti ammassati negli angoli, sommariamente mascherati con teli neri. L’autore, Tadeusz Slobodzianek, famoso in Polonia, molto meno in Italia, si ispira a un eccidio di massa, perpetrato sugli ebrei di uno shtetl durante la seconda guerra mondiale; non dai nazisti, ma dagli stessi concittadini polacchi. Si tratta di una sorta di tragica saga, che segue le vicende un gruppo di compagni di classe lungo un arco temporale di tre quarti di secolo: materiali narrativi che stanno stretti negli ottanta minuti cui le regole del festival avevano costretto la rappresentazione. Gli attori, per lo più giovani, guidati dal regista Massimiliano Rossi, si danno con generosità, passione e sensibilità: cantano, danzano, perpetrano e subiscono feroci violenze, restituendo con efficacia una materia di non facile approccio, emotivamente coinvolgente, densa di riferimenti storici e culturali.

Eoika (dalla forma verbale greca ἔοικα: sono simile) è una piacevole composizione mimico-coreutica. Si apprezza l’affiatamento delle due giovani performer siciliane, Sabrina Vicari e Federica Aloisio, che creano figurazioni anche inquietanti, con suggestivi riferimenti al cubismo di Picasso e alle mostruose invenzioni di Max Ernst. Allo spettacolo si perdona volentieri un non necessario uso delle luci stroboscopiche; meno le pretenziose, lambiccate note di regia.

Sic transit gloria mundi è un monologo di Ippogrifo Produzioni, di Verona; testo e regia di Alberto Rizzi. Nella prima parte assistiamo a una puntuale, spietata panoramica storica delle malefatte papaline (non si risparmia neppure Papa Francesco), per poi virare in un trionfante registro fantascientifico, ove una papessa, in una stagione futuribile, sale al soglio pontificio. La ricerca storica è accurata e Chiara Mascalzoni ha un suo porgere efficace, ma sfugge il senso complessivo dell’operazione, così come dell’esibizione iniziale del seno nudo della protagonista.

La durata di un inverno, drammaturgia di gruppo, tutta al femminile, di Focus_2 (regia di Giulia Lombezzi) mette in scena il rapporto inizialmente conflittuale fra due prostitute, che si dipana sulla distanza di una stagione invernale. Scansando facili sentimentalismi, il lavoro mette a fuoco, procedendo per approfondimenti progressivi, la personalità delle due donne: la giovane, maldestra rumena Andrea e la più anziana, scafata Tea. Uno spettacolo che dipinge il male di vivere, la solidarietà fra solitudini, grazie all’intensa interpretazione di Eleonora Gusmano (la rumena) e di Ania Rizzi Bogdan, nata negli ultimi anni dell’Unione Sovietica, paradossalmente perfetta, anche nella dizione, nel ruolo dell’italiana Tea.

Gino Bartali – Eroe silenzioso, produzione di Luna e GNAC Teatro, è uno spettacolo costruito con cura, che si colloca nella scia di Ruote rosa, storia di una intrepida campionessa di ciclismo, visto alla rassegna Segnali il maggio scorso: stessa produzione, stessa protagonista. Federica Molteni (bergamasca, ma con radici toscane) si inventa un gustoso, irresistibile vernacolo, e ci racconta anche di un Bartali meno conosciuto, insignito del titolo di “Giusto fra le nazioni” per la quantità di ebrei salvati durante la persecuzione nazifascista. Ma c’è un problema: è inequivocabilmente, figurativamente donna. Sarò all’antica, ma la sua indiscutibile abilità attorale, la passione che riversa nella resa del personaggio, non riesce a farmelo dimenticare. Ed è un peccato.

Blink, prodotto da OffRome, ha costituito la più significativa sorpresa nell’eterogeneo panorama del festival. L’autore, Philip Porter, è un drammaturgo e sceneggiatore inglese quarantenne, poco noto dalle nostre parti. Il testo è a un tempo metafora e specchio di una civiltà che confonde il reale col virtuale, assunto come illusorio antidoto, o fuga da un’endemica solitudine sociale e sentimentale. Le discrete ma puntuali invenzioni registiche di Mauro Parrinello e l’intelligente interpretazione di Celeste Gugliandolo e Matteo Sintucci fanno il resto. La Gugliandolo poi, coraggiosamente infagottata e imbruttita, è una vera rivelazione, il cui itinerario artistico (è pure cantante di talento, come si evince anche da alcuni frammenti dello spettacolo) vale la pena di esplorare.

Chiudo affidando alla riflessione della direzione artistica un consiglio a futura memoria: la passione utopica, motore di qualsiasi iniziativa, è utile e forse necessaria, ma non sufficiente, se non sostenuta da adeguata competenza ed esperienza. E mi viene in aiuto, ancora una volta, una massima di quel puntiglioso, geniale bigotto che era Alessandro Manzoni: “Si sa che tutti, grandi e piccoli, facciam volentieri le cose alle quali abbiamo abilità: non dico quelle sole”.

 

Claudio Facchinelli

 

Visto a Milano dal 9 al 18 giugno 2017