Il Maestro nel ricordo affettuoso ed ironico di un suo discepolo

Per quelli della mia età, gli accordi di pianoforte che introducono l’andante con moto del trio op. 100 di Schubert, sui quali si appoggia immediatamente la voce baritonale del violoncello, al di là della loro bellezza iperurania, sono legati indissolubilmente al Piccolo Teatro Studio (ora Teatro Studio Melato). Infatti, fin dai primi spettacoli prodotti per quello spazio, nell’86, Giorgio Strehler aveva assunto tale brano come sigla d’apertura, che risuonava non appena le luci si abbassavano, e sulla graticcia diventavano visibili le famose “stelline”.

Facendo risuonare quelle note prima ancore di salire su palcoscenico, Stefano de Luca inizia il suo omaggio a Strehler: Maestro! memorie di un guitto. Ma lo spettacolo non è una celebrazione: il Maestro è osservato a distanza ravvicinata, non evocato come icona del teatro italiano, ma in soggettiva, di quinta, attraverso i rapporti con gli allievi e i collaboratori, a un tempo burberi e teneri; anche gli eccessi, improvvisi quanto effimeri.

Lo spettacolo muove dalla prima giovinezza di Stefano, quando assiste alla Tempesta, con la regia di Strehler, e si innamora perdutamente dell’attrice che interpreta Miranda. È allora che nasce in lui la passione per il teatro, contrastata dalla famiglia, che gli vuole imporre degli studi e un lavoro più sicuro e tradizionale.

E si arriva al gustoso racconto dello svolgimento dei suoi esami, a Milano, per essere ammesso alla scuola del Piccolo. È in questa occasione che Stefano viene per la prima volta a contatto con Strehler, e con le sue imprevedibili intemerate. La prova di canto non è esaltante, ma quella di mimo gli riesce bene; la più impegnativa, che affronta per ultimo, dopo un pomeriggio che sembra non finire, è quella di recitazione. Gli è stato assegnato un breve monologo di Claudio, lo zio fratricida di Amleto, e il Maestro lo interrompe con veemenza, dicendo che non va, che non è abbastanza intenso. Poi, forse memore della buona prova di mimo, Strehler salta sulla pedana e sfida l’allievo a mimare, con lui, un tiro alla fune: “Tira! Tira più forte! Di più! Di più!” Stefano si impegna allo spasimo, è stremato. È ancora ansimante quando il Maestro gli chiede di rifare il monologo di Claudio. “Ecco: così va bene!”, ruggisce. Ed è fatta.

Poi c’è la gavetta, al Piccolo, dove Stefano impara che esiste una gerarchia, non ufficiale ma rigorosissima, fra gli assistenti; e lui è l’ultimo della fila. Durante una prova, suggerisce timidamente una sua proposta, che Strehler accoglie con interesse e soddisfazione. Fatto più ardito da questo successo, ne azzarda una seconda, ma questa volta il Maestro lo zittisce con un tonante scoppio verbale.

In una scenografia sostanzialmente vuota, con un tavolino ingombro di fogli e libri, e una sedia, Stefano restituisce con efficacia mimica e vocale episodi e aneddoti che illuminano la figura di Giorgio Strehler. C’è ironia, ma anche ammirazione sincera e affetto, che avvolgono anche i tratti più ruvidi del personaggio, e gli conferiscono colore e calore umano, schivando il rischio di imbalsamarlo in un asettico ritratto agiografico.

Anche se ama definirsi un guitto, Stefano de Luca ha alle spalle ormai un prestigioso percorso di regista, e questa è la prima esperienza in cui assume anche il ruolo di attore, che risolve con totale autorevolezza.

A parte il già citato incipit schubertiano, lo spettacolo è sostenuto da una colonna sonora costituita da brani tratti dal repertorio classico. Spesso si riferiscono direttamente a quanto Stefano va raccontando (Così fan tutte, il Don Giovanni, alle cui messinscene, con la regia di Strehler, lui stesso ha collaborato); ma si riconosce anche la sonata Waldstein di Beethoven, o un concerto per pianoforte e orchestra, ancora di Mozart, che forniscono suggestivi contrappunti alla narrazione. Ed è sorprendente notare quanto la musica risulti consonante con l’andamento narrativo della parola, il cui respiro, le cui cesure coincidono col finale del pezzo che l’ha accompagnata: una finezza estetica, un gusto musicale che deriva a Stefano dall’esperienza maturata nel campo dell’opera lirica, e si riverbera visibilmente nello spettacolo.

Il lavoro si propone come omaggio al Maestro ma, fin dal titolo stesso, rivela nell’autore e interprete un’intenzione di più ampio respiro: raccontare e il suo amore per il teatro, svelandone anche i tratti di quell’identità profonda, che forse si può cogliere solo con uno sguardo dalla quinta.

Questo è ciò che, utilizzando il linguaggio stesso del teatro, il guitto Stefano de Luca riesce a trasmettere.

 

Claudio Facchinelli

Visto al Teatro della Cooperativa di Milano il 3 ottobre 2017