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“Luce più luce.” Queste sono le ultime parole che Sigmund Freud pare abbia pronunciato prima di esalare l’ultimo respiro, per invitare le persone a non chiudere gli occhi di fronte alla realtà. Questo è il titolo che Raffaele Canoro ha scelto per presentare i suoi lavori, in mostra presso lo spazio Nea di Napoli in via Costantinopoli.

Per chi non lo conoscesse, Canoro, pittore classe ’46, è un uomo di grande cultura ed attuale docente di pittura all’ Accademia di Belle arti di Napoli. Dopo i primi cinque anni di sperimentazione con la pittura informale, decide di abbandonarne le ideologie, per continuare la sua ricerca artistica in paesi come l’Azerbaigian (più precisamente Baku) ed il Brasile. Conta svariate mostre in Campania ed a Napoli, in luoghi come Palazzo Reale e villa Pignatelli. Nel ‘99 dona l’opera “I figliuoli dei conservatori trovati l’arme alla mano” al Conservatorio San Pietro a Majella, dove attualmente sono collocate sei opere in esposizione fissa.

Un titolo che suona quasi come una missione; già perché Canoro vuole vederci chiaro sui grandi temi dell’ esistenza e invita gli spettatori a riflettere, ad osservare attentamente la vera natura dell’uomo, ciò che gli accade attorno e quali sono le conseguenze che decisioni sbagliate possono portare sui giovani del domani. Per questo i protagonisti delle sue opere hanno tra le mani grandi lampade o candele, che raccontano i volti di uomini nella loro completa naturalezza, con sguardi curiosi e smorfie di terrore che ne scrutano le emozioni. Bambini con volti terrorizzati e braccia volte al cielo, che rialzano il sipario sul tema delle centrali nucleari, con una scritta che sembra incisa sulle loro teste: “ho diritto alla vita”.

La scelta dei colori, lo studio della luce e la ricerca di un incarnato quanto più verosimile al reale, hanno portato molti a definire la tecnica utilizzata da Canoro come “iperrealista”, ma è lo stesso artista che ne smentisce la definizione.Infatti la sua pittura affonda le radici in quella del Masaccio, viene dalle tenebre del barocco e dallo studio del grande Tiziano ben lontana dal periodo storico dell’ iperrealismo. La ricerca della perfezione del colore avviene attraverso molti strati di lavorazione; l’elaborato sembra scolpito più che dipinto. Una pittura che si potrebbe definire umanistica, per il coerente controllo dello spazio nella raffigurazione, la conquista della centralità da parte dell’uomo fino al raggiungimento dell’ideale e la rappresentazione della realtà in modo obiettivo.

Fermarsi, osservare, riflettere: questo è l’invito di “Luce più luce”, in mostra sino al 14 dicembre allo spazio Nea di Napoli.

Simona Schiavone