Una biografia di Lord Byron, scritta direttamente in italiano, ha osato farla solo Vincenzo Patanè, squisito intellettuale, appassionato ed appassionante nel raccontare la vita breve e densa di un personaggio molto noto e forse poco conosciuto. Ecco allora “L’estate di un ghiro. Il mito di Lord Byron”, edito per i tipi di Cicero, casa editrice veneziana, luogo in cui vive l’autore, nato ad Acireale ma napoletano di adozione. Un’opera monumentale (ma non spaventatevi, scorre come acqua freschissima) in cui Patanè ispeziona lettere, opere e diari del poeta londinese, e le narra con cordiale, ma dotta, comunicatività. Confortato dalla prestigiosa griffe di Masolino d’Amico, prefattore d’eccezione, il libro di Patanè sa incantare chi Byron lo conosce e lo ama, ma sa sedurre, supponiamo, anche chi ne conosce magari solo l’aspetto più pop, il dandy estenuato e fascinoso, magnetica presenza e vincente di natura, nello sport come in politica. Bello, bravo, fan dell’Italia più degli stessi indigeni, instancabile ufficio stampa di sè stesso e della sua (notevole) immagine ben prima dei conforti della fotografia, Byron scandalizzava per i suoi amori trasversali, per il suo equiparare la vita di un nobile a quella di un plebeo, per il suo slancio politico in territori stranieri, quella Grecia e quell’Italia che rispondevano al suo innato, disperato bisogno di sole, e di amore. Rara figura di poeta soldato, ben prima di Ungaretti e D’Annunzio, ha amato fare tutto quello che ha fatto, fino alla fine prematura nell’amatissima Grecia, a soli 36 anni. La penna di Patanè, straordinariamente generosa col lettore, fa rivivere un personaggio che poco fece per smentire le scomode leggende che lo accompagnavano. Atteggiamento poco gradito all’understatement dell’upper class inglese. Alla sua morte, persino il suo cadavere restò inviso a Westminster. Più di tutto, forse, non gli perdonarono la guerra alla caccia all volpe.

Antonio Mocciola