Se l’allestimento de “i Lombardi”, per un caso fortuito, fosse finito nelle mani di un regista di scuola tedesca ci saremmo indubbiamente ritrovati con un’opera ambientata in un’astronave o, nelle migliori delle ipotesi, in un prostribolo Newyorkese con tanto di sesso, violenza, droga e forzature varie su un libretto che, di per sé, non nasce con il massimo della coerenza interna.

Lo spettacolo che il Regio  ha proposto, infatti, a nostro avviso manifesta il gran pregio della tradizione, il che non vuol affatto significare, come molti penserebbero, rifugio in schemi polverosi (come pur si è letto in qualche recensione) ed ammuffiti, ma adesione piena allo spirito melodrammatico di primo ottocento, pur con elementi innovativi, ancorché innestati nell’omaggio alla memoria musicale, così come Verdi e Solera l’avevano concepita.

Ne è venuto fuori, a modesto avviso di chi scrive, uno spettacolo delicato ed elegante sul piano registico – scenografico, composto da quinte e fondali che si sollevavano e reclinavano a seconda delle esigenze dell’ambientazione: un modo di fare teatro evocativo di quei tempi (oramai lontani ed irripetibili) in cui la forza delle braccia sollevava le scene con le carrucole e dove il teatro era una sublimazione della realtà che riportava alla realtà lo spettatore mediante il processo di anamorfosi della realtà medesima.

Non condividiamo le critiche che sono state mosse al regista circa l’utilizzo in chiave tradizionale della scena della piazza di S. Ambrogio a Milano o di quella dell’harem o quella con lo sfondo la città di Gerusalemme o la scena della caverna dell’eremita Pagano, tutte coloratissime, come i costumi che, pur a torto tacciati di essere improponibili, si innestano nella visione ottocentesca (o neogotica) di un medioevo posticcio, inesistente, nebuloso le cui ambientazioni nebbiose facevano da sfondo allo scontro delle passioni di cui si nutriva l’estetica romantica.

Un po’ come succedeva quando nell’ottocento si rifacevano le facciate delle cattedrali in stile medievale (vedi la facciata del Duomo di Firenze o di Napoli) ove tutto, apparendo vero, era in realtà falso perché sottendeva valori più profondi che la superficie lasciava intravedere per speculum et in aenigmate.

Cosi lo spettacolo disegnato dal regista Mazzonis di Pralafera ha il pregio indubbio di aver spostato l’angolo visuale sullo scontro di civiltà e sulla sua vacuità, capace solo di procurare inutili sofferenze. Così l’amore tra Oronte e Giselda, un musulmano ed una cristiana, s’inserisce in un percorso ove le differenti culture vogliono tra loro integrarsi mediante il fattor comun di un amore puro: Oronte decide di diventar cristiano per sposare Giselda e quest’ultima accetta la fede musulmana per il medesimo motivo, fino a quando l’amato non viene ferito a morte dalle schiere cristiane (alla cui fede il giovane avrebbe aderito) contraddicendo la forza ed il valore spirituale che quelle schiere di crociati andavano predicando.

La composizione degli opposti mediante il perdono e la redenzione paiono essere i valori cui il regista siasi ispirato nell’allestimento scenico dell’opera. Così la scena della battaglia al IV atto è proposta con l’inserto cinematografico di Eisensein (dal Nevskij), la scena finale si risolve in un corale abbraccio tra cristiani e musulmani pur macchiati di reciproci delitti (alla scena oltre a Sofia, madre di Oronte, partecipa anche Viclinda che concede il perdono a Pagano morto).

Spettacolo magnifico, quindi, godibilissimo e percorso da una musica dalla vitalità straordinaria che segna un indubbio passo in avanti rispetto al Verdi del Nabucco per cui il Compositore si cimenta in una musica dall’accentuato carattere sinfonico (vedasi il “concerto per violino ed orchestra” che annuncia la scena della morte di Oronte) in cui le fratture ed i contrasti dell’azione si risolvano nel modo più naturale possibile: motivo per il quale quest’opera viene generalmente preferita al suo rifacimento francese meglio conosciuto come Jerusalem ove la maggior coerenza dell’azione comporta l’annacquamento delle vicende e delle passioni.

Magistrale la concertazione di Mariotti, assolutamente priva di cadute di stile e caratterizzata da una giusta scelta dei tempi che esaltava allo stesso tempo il lirico ed il drammatico nell’opera; grandiosa nelle sottolineature delle scene intime e di quelle di massa, vibrante sia nella velocità dell’azione che nella contemplazione del momento religioso, l’orchestra del Regio ha risposto con l’eleganza e la professionalità congeniale a questo eccellente Ente Lirico.

I due cast che si sono alternati pur diversi tra loro per caratteristiche vocali ed omogeneità meritano di essere annoverati all’altezza della situazione.

Indubbiamente superiore, per doti e qualità vocali (forse anche per esperienza) il primo cast formato da Angela Meade (Giselda) la cui voce è definibile un’autentica forza della natura: in essa bellezza, potenza e vitalità vanno di pari passo, arie cabalette e concertati affrontati con una grinta che ha generato fragorose ovazioni del pubblico.

Parimenti, Oronte interpretato da Alex Esposito, è personaggio cui il cantante ha conferito tutte le lacerazioni mai sopite dell’uomo malato d’amore e ferito nell’orgoglio che non riesce a venire a capo delle contraddizioni del proprio io rifugiandosi in un’improbabile solitudine monastica fino al tragico epilogo finale.

La voce di Esposito è grave, bellissima, riempie il teatro; il gesto è di un’istintività ragionata e coglie perfettamente nel segno il personaggio.

Nel secondo cast il personaggio era interpretato da Marko Mimica (che già si era avuto modo di ascoltare in occasione del Macbeth), cantante non inferiore per doti vocali, se non forse, per esperienza scenica.

Francesco Meli interprete di Oronte è tenore dallo squillo verace e potente (alternava nei due cast il personaggio di Arvino –  voce molto più piccola ed opaca, ma corretta nel fraseggio e nell’emissione del suono) ma che a nostro avviso tende un po’ troppo a delmonacheggiare trasformando il prezioso mezzo vocale da lirico a drammatico, come anche si è notato nell’ultima  performance del tenore in Gioconda a Reggio Emilia, con esiti che talvolta tradiscono, in modo più o meno marcato, stanchezza.

Più che pregevoli le interpretazioni di Viclinda da parte di Lavinia Bini; Pirro (Antonio di Matteo), Sofia, madre di Oronte (interpretata dalla brava Alexandra Zabala) ed Acciano cui si alternavano i due bassi Giuseppe Capoferri e Vladimir Jurlin).

Un plauso alla direzione artistica e della soprintendenza del Regio (di cui con dispiacere abbiamo appreso le recenti, irrevocabili dimissioni del dott. Vergnano) per la riproposizione di un titolo interessante e raro, allo stesso tempo pietra miliare dell’evoluzione rinascimentale del melodramma italiano.

Rappresentazioni del 20 e 22 aprile 2018

Pietro Puca

 

I Lombardi alla prima crociata

 Dramma lirico in quattro atti
Libretto di Temistocle Solera
dall’omonimo poema di Tommaso Grossi

Musica di Giuseppe Verdi

PersonaggiInterpreti
Arvino, figlio di Folco signore di Rho,
poi condottiero dei crociati lombardi
tenore

Giuseppe Gipali
Gabriele Mangione (18, 19, 20)
Pagano,figlio di Folco signore di Rho,
poi un eremita basso-baritono
Alex Esposito
Marko Mimica (18, 20)
Viclinda, moglie di Arvino sopranoLavinia Bini
Giselda, sua figlia sopranoAngela Meade
Maria Billeri 
(18, 20)
Pirro, scudiero di Arvino,
poi rinnegato basso

Antonio Di Matteo
Priore della città di Milano tenoreJoshua Sanders
Acciano, tiranno d’Antiochia bassoGiuseppe Capoferri
Vladimir Jurlin (18, 20, 26)
Oronte, suo figlio tenoreFrancesco Meli
Giuseppe Gipali (18, 20)
Sofia, moglie del tiranno d’Antiochia,
fatta celatamente cristiana soprano

Alexandra Zabala
  
Direttore d’orchestraMichele Mariotti
RegiaStefano Mazzonis
di Pralafera
SceneJean-Guy Lecat
CostumiFernand Ruiz
LuciFranco Marri
Assistente alla regiaGianni Santucci
Maestro del coroAndrea Secchi

 

Orchestra e Coro del Teatro Regio

Nuovo allestimento
in coproduzione con l’Opéra Royal de Wallonie-Liège