Le radici e i ricorsi storici della violenza sulle donne trovano uno sguardo originale e interessante ne “Le melanconiche”, che Giorgia Filanti dirige, su testo di Sara Ercoli, prendendo spunto da personaggi davvero esistiti, e ritrovati in forma epistolare. Usando un termine con il quale veniva indicata genericamente la depressione, lo spettacolo si muove attraverso le storie in era fascista di una donna gay ed intellettuale, mix micidiale per l’epoca(Laura De Marchi), una ragazzina troppo vivace e reduce da una violenza paterna (Margherita Dongu), un’amante di un uomo in vista e attrice di varietà (Valentina D’Amico), una vedova di guerra in stato interessante (Serena Borelli), un’assassina reduce da abusi famliari (Lia Carfora), un’erotomane incallita (Giulia Adami) ed il direttore del manicomio (Federico Citracca), mesto esemplare di italica – e ducesca – ottusità. Pur contestualizzato in un’epoca precisa, e basato su storie vere, lo spettacolo parla una lingua moderna e scatena inquietanti riflessioni su quanto, ancora oggi, le donne siano costrette a recitare i ruoli eterodiretti dagli esemplari maschili. Una “troppo intelligente”, una “troppo vivace”, una lesbica, una che non sta al suo posto insomma, può ancora incontrare ostacoli. Nella vita, come nel lavoro. Non era necessario, all’epoca, essere davvero folli per entrare in manicomio. Ma di certo lo si diventava. La Filanti (anche produttrice e organizzatrice, con Danilo Caiano) orchestra e confeziona un carillon dark di squisita precisione tecnica, sciorinando una notevole competenza musicale, e la bravura di un cast in sintonia e generosissimo fa il resto. Tra spruzzate di ironia, riferimenti colti e un assolo virtuoso dell’unico maschietto in campo, in un travolgente finale, “Le melanconiche” arriva dritto al cuore, passando – inevitabilmente – per la mente. Il Teatro Due di Roma, stracolmo, risponde con entusiasmo, e con un po’ di commozione: quanto sono vicine, queste tenere e atroci maschere melanconiche. Ombre prossime.

Antonio Mocciola