Non ha deluso le aspettative la prima mondiale della celebre opera Haendeliana, nella versione napoletana rimaneggiata da Leonardo Leo e rappresentata a Napoli nel 1718: stesso anno in cui veniva rappresentato “il trionfo dell’Onore” di Alessandro Scarlatti (altro titolo che ha arricchito il felice catalogo della 44^ edizione del festival della Valle d’Itria).

Non vi è alcun dubbio che l’occasione – ed il tutto esaurito del Cortile di palazzo Ducale l’ha dimostrato – fosse particolarmente accattivante: Rinaldo (opera che definitivamente consacrò la fama del compositore Sassone in Inghilterra) in una versione Napoletana, fortemente voluta dal tenore Niccolini (già acclamato interprete nel ruolo protagonista a Londra), che indulgesse al gusto del pubblico con l’introduzione di elementi buffi nell’ambito della partitura affidati a due personaggi, Nesso e Lesbina, la cui recitazione funga da intermezzo all’incedere dell’azione nell’opera principale.

Ora, se nel 1912 con la sua Ariadne auf Naxos Strauss teorizzava in modo scientifico che il carattere serio e quello buffo di un’opera potessero coesistere, si può affermare con cognizione di causa che il gusto ed il pubblico napoletano avesse anticipato almeno di duecento anni questa idea, lo dimostra il rimaneggiamento di un’opera che dall’impalcatura estremamente drammatica (e fondata sullo scontro religioso tra Cristiani e Musulmani) si trasforma nel “campo di battaglia” delle passioni individuali dei protagonisti (Argante, Armida, Almirena e Rinaldo) tra le cui pieghe s’insinuano i personaggi “comici” onde la conquista di Gerusalemme resta sullo sfondo e costituendo l’occasione, e non più  la causa, del dramma.

Purtroppo la musica degli intermezzi è andata perduta e bene ha pensato la regia (affidata a Giorgio Sangati) di far recitare in prosa gli attori: idea, non particolarmente felice, ad avviso di chi scrive, sia perché l’intera impalcatura dell’opera ne risultava sostanzialmente appesantita, sia perché il taglio della recitazione era particolarmente moderno e contrastava in modo evidente con l’atmosfera creata dalla musica di Haendel.

Ed in effetti l’aspetto visivo dell’opera ha costituito il punto debole dello spettacolo in quanto la triade regista-costumista-scenografo (affidati rispettivamente a Giorgio Sangati, Alberto Nonnato e Gianluca Sbicca) non ha saputo cogliere l’esatto punto di equilibrio tra esigenza drammaturgica ed alleggerimento del dramma in chiave comica trasformando il tutto in una regia estremamente statica, da un lato, ed estremamente rumorosa e sovraccaricata, dall’altro con plateali esagerazioni degli attori-cantanti i quali, pur non interagendo quasi tra di loro, sovente si lasciavano andare ad una sovrabbondanza del gesto tale da scadere nel caricaturale.

Decisamente non belli i costumi: scelti tra il gusto del finto ‘700, operetta e cabaret non si capiva il perché un personaggio nobile e tormentato come Goffredo fosse costretto in costume di lustrini e paillettes con occhiali da sole improponibili tempestati di brillantini, così dicasi di Almirena, trasformata in un mostriciattolo dal colore scuro e Rinaldo, vestito da militare prussiano con una casacca gialla.

Da brividi – in senso positivo, s’intende – la parte musicale affidata ancora una volta al più versatile dei direttori d’orchestra che si conoscano: Fabio Luisi. Può eseguire la quinta sinfonia di Mahler, può spaziare da Mayr a Mercadante, da Donizetti a Verdi sino a tutto il ‘900, si è certi di interpretazioni ispiratissime e ragionate al millimetro della partitura il cui costante filo conduttore è uno e solo uno, l’eleganza che dal gesto si materializza nel suono.

La sua prima volta nel repertorio barocco non ha avuto nulla da invidiare ai grandi interpreti e specialisti del settore.

Da segnalare la commovente interpretazione della celeberrima aria “Lascia ch’io resti/con la mia pace” magistralmente cantata da Teresa Iervolino, nel testo modificato derivante da “Lascia ch’io pianga”, affidato nell’edizione londinese al personaggio di Almirena, cui, invano, il pubblico ha reclamato il bis.

Di buon livello il cast dei cantanti: inutile quali sottolineare che le due indiscusse protagoniste della serata, come nelle aspettative, si sono rivelate Carmela Remigio e Teresa Iervolino; la prima rivelando una forza d’animo ed una duttilità straordinaria nel permeare il ruolo della perfida maga infedele. La voce della Remigio con quei fiati lunghi lunghi lunghi corre indomita nel cortile di palazzo ducale sin dalla sua sortita “furie terribili/circondatemi” e svetta con acuti cristallini come l’acqua sorgiva.

Del pari la Iervolino, sommersa letteralmente dagli applausi, specialmente nell’aria “d’Almirena gli accenti” (caratterizzata da una colossale e vorticosa gara tra la cantante e la tromba in orchestra, che quasi evocava la pazzia della Lucia donizettiana scritta più di un secolo dopo) ha dimostrato tenacia, vigore e carattere nel personaggio tormentato da passione individuale e senso del dovere alla conquista della Città Santa.

Buona la prova di Almirena (Loriana Castellano) cui non sono mancate difficoltà nella zona grave della voce che, comunque, non ha particolarmente brillato per spessore ed incisività.

Meno efficace la prova di Francisco Fernandez-Rueda nel ruolo di Goffredo con vistose imprecisioni e difficoltà sia nelle note gravi che nelle note acute, la zona centrale della voce è apparsa abbastanza stridula e dotata di poca morbidezza.

Meravigliosa la parte musicale affidata all’orchestra La scintilla con una linea di canto degli archi sensuale, morbida, drammaticamente perfetta: la stessa distribuzione dei violini primi e secondi rispettivamente alla sinistra e destra del Maestro Luisi permetteva a questi di legare la frase in tutta la compagine orchestrale con un effetto sonoro di meravigliosa e struggente plasticità. Ma naturalmente scriviamo, ammirati, di  un artista che regala un vero e proprio florilegio di eleganza ad ogni sua interpretazione; la serata della prima del Rinaldo ne è piena conferma, come potranno anche confermare gli ascoltatori dell’opera alla radio nella trasmissione in diretta su radio3.

 

Pietro Puca