Al Teatro di Rifredi di Firenze, la fiaba di Basile ripresa da Emma Dante con Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola.

Sul palcoscenico del Teatro di Rifredi va in scena “La Scortecata”, la «decima fiaba della prima giornata de Lo cunto de li cunti overo lo trattenimiento de peccerille» di Giambattista Basile, ripresa dall’eclettica Emma Dante. Una scena completamente svuotata di orpelli lascia emergere la dimensione essenziale e surreale del luogo e della vicenda narrata. Due “seggiulelle”, al centro un piccolo castello che conduce immediatamente alla volta della favola nonostante il contorno evochi l’assenza di qualsiasi incanto. Siamo di fronte alla storia di un re che si innamora della voce di una vecchia signora, “vittima” della sua malasorte insieme alla sorella più anziana di lei. Le due vecchie quasi “usurate” dal tempo tiranno, si muovono a fatica, hanno perso grazia e armonia delle forme, parlano in un napoletano arcaico, indossano ciabatte, calze bucate e sottovesti che, anziché esaltarne la femminilità, lasciano invece emergere tratti di miseria e malinconia. Non a caso i corpi ricurvi e affaticati sono quelli di Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola, nei panni di Carolina e Rusinella, due donne che trasformano la catapecchia in cui vivono nell’unica realtà che potrebbe rendere la loro esistenza ancora degna di essere vissuta. Uomini che interpretano donne prive di femminilità: è molto più di un “ritorno alle origini”, molto di più di quando le leggi puritane non permettevano al gentil sesso di salire in palcoscenico e lasciavano al genere maschile l’interpretazione di una sola parte un po’ grottesca.

La vicenda, liberamente tratta dall’idea del Basile di creare un mondo affascinante e sofisticato partendo dal basso e lasciandosi ispirare dalle fiabe popolari, è proprio il racconto di una favola, ma di un sogno appannato da un no-happy ending. Sono tutti presenti gli elementi che definiscono il genere: il castello, un re che si innamora di una fanciulla senza averla mai incontrata, una fata che fa l’incantesimo di restituire giovinezza a una donna al suo tramonto; e allora cos’è che rende tutto come avvolto da una patina di profonda tristezza? Tutto vive in una sorta di proiezione immaginaria che fa tornare le due donne quasi nella condizione innocente dei bambini, coinvolte a tal punto nel proprio gioco, da avere quasi l’impressione che quel che vivono sia effettivamente (ir)reale. Il mondo, allora, è in grado di apparire sotto altra forma, quella che riflette le fantasie, i desideri, i sogni e le emozioni che compensano la mancanza e smussano gli angoli più spigolosi e inaccessibili delle proprie paure, nella forma di un’“autodifesa”.

L’idea delle sorelle nelle fiabe è uno dei topoi letterari che permette infatti di riflettere su molti aspetti: Carolina e Rusinella rispecchiano i tratti dell’antieroina, di tutto ciò che bello, aggraziato, docile e buono non-è, tipiche delle sorrelle-sorellastre di una delle favole più celebri: la “cendrillon” di Perrault o l’ “Aschenputtel” dei fratelli Grimm; ma in questa favola “nera” la rivalità fraterna tra vecchie costrette a sopportarsi, diventa ciò che permette l’unica sopravvivenza possibile.  Una verità alla quale restano aggrappate, seppur distorta quasi quanto i loro corpi, una chimera che non può far più paura dell’effettivo stato delle cose; per questo si adoperano in maniera ossessiva nel giocarsi quell’ultima carta che hanno a disposizione, fosse anche l’esercizio di “lisciatura” del «mignolotto» (l’elemento che verrà concesso allo sguardo del re attraverso il buco della serratura della porta). Se da una parte la favola si palesa negli aspetti che la definiscono, dall’altra, quasi in maniera parallela, si fa spazio il senso umano e “profano” di continui rimandi alla sfera sessuale e al simbolismo fallico: dal “mignolotto” che entra e esce dalla bocca con maggiore intensità, o che si infila, maliziosamente, nel buco della serratura, o la notte d’amore con il re in cui guizzi, salti e rimbalzi rimandano all’atto sessuale vero e proprio con gambe sotto le lenzuola che ricordano l’erezione.

E se, ancora, c’è questo ancorarsi alla carne, alla corporeità fisica in un insieme di «bruttezza, miseria e inettitudine», a scatenare nello spettatore un senso di compassione verso le due donne, è l’immagine stessa che hanno, sempre mascherata da un teatralismo tutto napoletano in cui si mescolano espressioni gergali, proverbi e invettive popolari che danno comunque vita a svariate forme di umorismo. «A me non mi ha mai voluto nessuno, io ora sono innamorata di questo re», confessa Carolina che trova in questo pensiero l’unico modo per dar un senso alla sua giornata. E nel momento in cui anche noi riusciamo quasi a convincerci che quel mondo di effimera fantasia sia l’unico in cui l’angoscia trovi una qualche tregua, siamo immediatamente riportati alla realtà: «Io non ci credo più nelle favole Rusinella. Mi sono stancata di essere vecchia». Una consapevolezza, questa, che non solo riporta al sapere di essere ma al sapere di essere qualcosa che non ha scampo, neanche nel palliativo di una menzogna. Ed essere consapevoli significa anche scegliere in che modo l’individuo che siamo, può raggiungere il proprio compimento. E allora: «Mi devi scortecare sora mia, non sopporto più la pelle vecchia sopra di me» afferma ancora Carolina. Alto è il prezzo da pagare quando dimensione fisica che dimora in un corpo deforme e dimensione non-fisica, mentale ed emozionale, si “scontrano” nel solo tentativo di trovare una via d’uscita, un possibile, auspicabile, necessario…lieto fine.

Firenze, Teatro di Rifredi, 24 marzo 2018

Laura Sciortino

LA SCORTECATA – liberamente tratto da lo cunto de li cunti di Giambattista Basile;  testo e regia Emma Dante;  con: Salvatore D’Onofrio, Carmine Maringola; elementi scenici e costumi: Emma Dante;  luci: Cristian Zucaro; assistente di produzione: Daniela Gusmano; assistente alla regia: Manuel Capraro;  produzione: Festival di Spoleto 60, Teatro Biondo di Palermo; in collaborazione con: Atto Unico / Compagnia Sud Costa Occidentale; coordinamento e distribuzione: Aldo Miguel Grompone, Roma.