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A guardare gli scaffali (sempre più scarni) dei reparti musicali delle librerie (sempre più scarse), quel che salta all’occhio é l’ingobrante presenza di testi sulle boy band del momento, o sui soliti, solitissimi nomi. In questi giorni una grave lacuna é stata colmata, e ci ha pensato il padovano Gianluca Meis. Un libro sulla Rettore. Si. Mancava. Non uscì negli anni ’80, all’apice della sua popolarità. E invece arriva ora, a fine 2014, in quella fase artistica che proietta direttamente in zona culto gli ancora vivi raggi della sua magnetica personalità. Amata, contestata, imitata, fraintesa, Donatella Rettore ha squarciato il cielo opaco della musica italiana come una cometa di Halley fuori stagione. Con intuizioni geniali ha spiazzato e affascinato, sparigliando le carte dell’industria discografica, rimanendo persino vittima del proprio anarchico temperamento in quegli anni ’90 dominati dal conformismo. Anni in cui, archiviati i trionfi di classifica, Rettore si impose un autoesilio discografico di oltre due lustri, permettendosi il lusso di tornare e stupire ancora, constatando che nessuno, ma proprio nessuno, l’aveva dimenticata. Il libro di Meis é il libro di un fan, ma non ha nulla di venerante o di agiografico. L’amore per l’artista corregionale scappa via da ogni parola, da ogni dettaglio, da un riserbo persino eccessivo sulle vicende private della persona, concentrandosi invece su quelle del personaggio, che ad ogni modo meglio descrivono il mondo rettoriano. Raccogliendo pareri e ricordi di chi, con la Rettore, ha lavorato (Riziero Emidi, cui si devono tante imitatissime coreografie), ma anche di semplici (si fa per dire) ammiratori, che con le loro fanzine, e adesso con i siti internet, sostengono il mito. La lunga storia della Rettore vive di montagne russe emotive, e forse indescrivibili. Meis ci riesce con una penna ottima, che si concede divagazioni autobiografiche e lampi di sincera nostalgia, venati di ironia. Riconoscendo, in questo, l’ottima guida della sua star, che, pur non essendo mai divenuta madre, ha tuttavia plasmato generazioni di rettoriani riconoscibili dalla creatività e dall’allegra follia. Talis mater. Piuttosto sorprende il (s’immagina voluto) totale silenzio sulla questione della forte passione della comunità gay per l’artista. Tra tante icone della nostra penisola, la Rettore è stata quella che ha seminato meglio. Sempre in prima linea quando si è trattato di spendere una parola sui diritti civili (ma anche religiosi, lei cattolica) non si è mai tirata indietro, a differenza di tante sue colleghe che hanno saputo solo incassare, e mai restituire, l’amore del proprio pubblico gay. Basta rimanere in Veneto, per avere qualche indizio. Rettore si spinse a dire: “Se avessi un figlio, vorrei che fosse gay”. E in una sua canzone si augurò “solo amici froci”. Di questa rovente, persino morbosa, passione ricambiata tra miss Rettore e la comunità gay in questo libro non c’è traccia, neppure un accenno. Forse se n’è detto troppo, come per la rivalità con alcune colleghe, o forse no. Quel che è certo è che il lavoro di Meis é un’esemplare testimonianza di ottimo stile e di puro amore, in cui tanti si riconosceranno, soprattutto per certe dinamiche adolescenziali di approccio al personaggio, e dunque alla vita. Almeno per la generazione dei quarantenni d’oggi. In questo senso si può parlare addirittura di libro-manifesto, una sorta di “Generation of love” di Matteo B. Bianchi in salsa biografico-musicale. E il titolo di questo emozionante libro, “Magnifico Delirio”, edito dalla milanese VoloLibero, non è solo la citazione di uno dei dischi più belli di Rettore. E’ davvero l’emblema di un’epoca irripetibile, di quella furia bionda che si è piazzata come un paletto draculiano nel cuore di migliaia di uomini e donne, senza uscirne mai più.

   Antonio Mocciola